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Il silenzio dei mafiosi non è più d'oro?


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di Antonio Ingroia - Un vecchio detto recita “Il silenzio è d’oro”. Mai detto fu più appropriato per la cultura mafiosa dell’omertà. È a questa legge che i mafiosi si sono sempre attenuti nella vita sociale e soprattutto nei processi. Mai visto un mafioso che risponde alle domande del pubblico ministero o del giudice. È un fatto, innanzitutto, ideologico e culturale. Rispondere alle domande del rappresentante dello Stato sarebbe come aprire un dialogo con uno Stato che invece non va riconosciuto

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di Antonio Ingroia - Un vecchio detto recita “Il silenzio è d’oro”. Mai detto fu più appropriato per la cultura mafiosa dell’omertà. È a questa legge che i mafiosi si sono sempre attenuti nella vita sociale e soprattutto nei processi. Mai visto un mafioso che risponde alle domande del pubblico ministero o del giudice. È un fatto, innanzitutto, ideologico e culturale. Rispondere alle domande del rappresentante dello Stato sarebbe come aprire un dialogo con uno Stato che invece non va riconosciuto. Come aprire una breccia in quell’impenetrabilità da “mondo a parte” che, per anni, ha fatto la forza di Cosa Nostra, che ne ha fondato la sua alterità, il suo essere un mondo alternativo, che le ha consentito di esercitare un fascino su intere comunità, che ha consentito di trasformare un’odiosa legge di esclusione come quella dell’omertà in un senso orgoglioso di appartenenza.

Ma non c’è stato solo questo. C’era anche una precisa scelta strategico-difensiva. Non ammettere mai nulla, neanche di fronte all’evidenza, perché ogni piccola ammissione, ogni piccola concessione equivale ad implicita conferma dell’impianto accusatorio, riscontro indiretto alle dichiarazioni degli odiati pentiti, e così via. Ed ecco la spiegazione della sfilata dei mafiosi muti, o che si fingono pazzi a caccia di improbabili riconoscimenti dell’incapacità di intendere e di volere, grazie a compiacenti perizie psichiatriche, che hanno contraddistinto per anni la linea difensiva dei mafiosi.

Improvvisamente, negli anni, l’atteggiamento dei boss mafiosi, capi compresi, è andato mutando. Prima, furono i proclami dal carcere. Riina che, subito dopo il suo arresto, rende dichiarazioni spontanee, accusando il procuratore Caselli di essere “comunista”, così riecheggiando analoghi argomenti utilizzati nella polemica politica. Proclami allusivi dal carcere di Leoluca Bagarella, che lamenta presunte inefficienze da parte di non meglio precisati referenti politici. E poi, come una slavina, dichiarazioni dalle gabbie di vari boss, che addirittura arrivano ad agganciarsi a dichiarazioni di collaboratori che possono apparire utili alle loro difese. Ed ora perfino parziali ammissioni di Lo Piccolo e Mandalà circa i rapporti con Provenzano e l’appartenenza a Cosa Nostra. Che succede? Succede che la mafia si evolve, cambia pelle, muta strategia, si fa più insidiosa, si mimetizza meglio, cerca di penetrare nelle maglie del sistema. Mai come in questo momento, la soglia di attenzione va innalzata, mai abbassare la guardia. Altrimenti, ti colpiscono e te ne accorgi troppo tardi.
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