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Giorni di paura per l'epidemia

La peste che uccide i bambini


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C'è un elemento surreale in questa nostra angoscia che attende l'epidemia, sperando di non dovere passare attraverso la porta dello spavento supremo.

C'è un che di tragicomico nella nostra paura. Passiamo giorni quotidiani e normali, fino al  morto annunciato dai media appassionati di macabre contabilità. Quando capita, dopo tanta noncuranza, ci assale un febbrile terrore. Ci sentiamo sospesi nel cono di una fragilità che non avevamo previsto, immersi come siamo nella infastidita sicurezza del mutuo da pagare.

Cerchiamo il numero di telefono del medico, lo stregone occidentale che dovrebbe rassicurarci e non lo farà, perché nemmeno lui ci ha capito fin qui un'acca dell'influenza A. Vorremmo qualcuno capace di predirci il futuro. Brancoliamo nel buio alla ricerca di una religiosità perduta. I più spaventati organizzano una conversione ventura, a sopravvivenza ottenuta, e mettono su veglie di preghiera tra ex blasfemi. Non importa il dogma prescelto nel clima da aereo in caduta libera: purché prometta protezione e vita eterna.

In queste settimane, le nostre certezze di comuni mortali si vanno sgretolando. Sì, siamo mortali. Eppure, stranamente è proprio il pensiero della morte che ci uccide. La fine teorica è un'ottima occasione di arguti dibattiti e di esibizioni di coraggio (a me la morte non fa paura, finché si tiene lontana). Vista così da vicino - sia vera o presunta - scopre i fili del nostro cagionevole sistema di valori. Sottolinea la nostra incapacità di credere davvero, di affidarci a un qualsiasi oltre o alla soddisfazione laica di chi eventualmente lascerebbe nelle mani del caso una vita ben spesa e degna.

E dunque che fare per non avere paura, o per imparare addirittura  da essa? Il medico non servirà. Magari ci sono altre strade. C'è la poesia. Bukovski: "Un assaggio di morte non è necessariamente una brutta cosa". Ci sono le canzoni: "Vivere trenta o quarant'anni in più è uguale" (Battiato). C'è la pietà umana. I bambini stanno morendo in questi giorni per l'influenza A. Pensiamo a loro. Pensiamo al pifferaio che li ha condotti in una grotta senza ritorno. Ci sentiremo un po' più tristi. E assai meno indispensabili, perfino per noi stessi. Che cos'è una città, un mondo - si chiami Hamelin, Napoli o Palermo - senza bambini?