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L'ufficio del garante: "Crisi irreversibile"

"Il carcere in Sicilia, discarica umana"


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“Oggi il carcere è una discarica umana, dove avviene di tutto.  Un paese civile non può tollerare tutto questo”. Sono queste le dure parole pronunciate da Lino Buscemi, dirigente dell'ufficio del garante regionale per la Sicilia dei diritti fondamentali dei detenuti e presidente dell'ANDCI. Dalle sue parole, pronunciate con  amarezza, emerge un quadro tragico delle condizioni in cui versano le carceri italiane e siciliane: il sovraffollamento costringe un gran numero di persone in spazi angusti e fatiscenti. I  numeri sono preoccupanti: di fronte ad una capienza massima di 5.550 detenuti, oggi in Sicilia ci sono 7.800 detenuti; questa situazione si riscontra anche sul piano nazionale dove a fronte di una capienza massima di 45mila detenuti, si hanno invece 78mila detenuti ristretti. “C'è una recente sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo - afferma Buscemi - che ha condannato l'Italia a risarcire mille euro a un cittadino extracomunitario che era stato costretto a vivere in una cella sovraffollata e quindi in violazione dei parametri europei; un detenuto dovrebbe avere non meno di 7mq di cella. Questa condanna non fa onore ad un paese che si crede la patria del diritto”. Secondo il dirigente, questa situazione è determinata dal fatto che oggi si pensa al carcere come la panacea di tutti i mali, senza rivolgere la dovuta attenzione a misure alternative che, nel caso di reati minori, sarebbero più utili  al recupero della persona.
Le condizioni scandalose in cui sono costretti a vivere i detenuti non sono, purtroppo, l'unica tortura a cui sono sottoposti. Le violenze fisiche e psichiche che vengono loro inflitte sono una triste realtà, come dimostra il recente caso di Stefano Cucchi, il detenuto morto nel carcere di Regina Coeli, a Roma. Lo conferma anche Buscemi: “Conosco la realtà delle carceri e la maggior parte dei direttori fanno enormi sacrifici per garantire turni massacranti; così come  l'Arma dei Carabinieri e la Polizia di Stato hanno elementi eccellenti. Purtroppo però bisogna prendere atto del fatto che ci sono sparute minoranze, 'teste calde', che usano la violenza. Lo Stato non può scendere allo stesso livello dei delinquenti. Lo Stato non può essere violento, deve essere severo e chi ha sbagliato deve pagare, però nel rispetto dei diritti e della Costituzione. Se qualcuno esagera nell'esercitare il proprio potere, anche se sottolineo sono sparute minoranze, è perché sa di poterla fare franca.”
E' facile capire come in tale situazione di degrado si giunga a    gesti estremi come quelli del suicidio. Anche qui i dati sono raccapriccianti: quest'anno i suicidi in carcere hanno superato la soglia dei 60 e negli ultimi dieci anni sono stati quasi mille. Fra questi Buscemi ricorda la la storia di un giovane catanese tossicodipendente arrestato a Palermo e portato al carcere Pagliarelli. In cella il giovane era stato sorpreso assieme ad altri detenuti  con un cellulare e successivamente trasferito a Catania. Qualche giorno prima di andare a testimoniare il  ragazzo viene trovato suicida in cella. Di questa storia restano solo una madre straziata dal dolore e il mistero che ha portato il giovane a questo gesto estremo. “E' chiaro che in una realtà come questa il suicidio è in agguato. Si lamenta da anni l'assenza di figure professionali quali psicologi ed educatori che possano aiutare i detenuti. Figure professionali  che dovrebbero essere i fautori dell'umanizzazione della pena, ma soprattutto del recupero di chi ha sbagliato. Questo la dice lunga sulla capacità dello Stato di investire in direzione di un carcere più umano. Quando una persona che in attesa di giudizio si trova di fronte alla cruda realtà di un carcere afflittivo, fatiscente, violento, se non c'è la necessaria assistenza psicologica viene meno la capacità di resistenza di una persona”, afferma Buscemi.