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Palermo, in via Hemingway dopo l'assalto in villa

La calma dopo la tempesta


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palermo, rapina, Cronaca
Si avverte calma in via Hemingway. Una calma strana. Neanche una macchina. Eppure mercoledì notte da questa stessa strada sono entrati quattro banditi, hanno fatto irruzione in una villetta e terrorizzato una ragazzina di soli 17 anni. È difficile parlare con qualcuno. I citofoni sono muti. Le case al buio, apparentemente protette da alte recinzioni in ferro. Rimango in attesa, dietro il possente cancello verde. Sembra di essere in un’altra dimensione. Sono soltanto le sei del pomeriggio e non si muove una foglia. Ad un tratto, tra l’oscurità e il silenzio due fari.

Una macchina nera con una P arancione sul lunotto posteriore. Apre la portiera un giovane ventenne. Mi guarda con aria interrogativa. Mi presento. Dice che può rispondere alle mie domande, ma ha poco tempo. Lo ringrazio e ne approfitto. Non ci sono chiavi né telecomandi per spalancare questo gigante in ferro che ci separa dalle ville. Così si accosta al muro, avvicina tra di loro due fili elettrici e il contatto parte. Siamo dentro. Continua la sensazione di pace percepita poco prima. E il ragazzo, Pietro Messina, me ne dà la conferma: “Io ho saputo della rapina solo stamattina. Me l’ ha detto mia madre. È la terza volta che succede, già qualche anno fa sono entrati a casa di un altro vicino. Non sappiamo chi possa essere. Ma di certo non ci facciamo prendere dal panico”. Conosce bene le vittime del furto, “persone per bene” dice. Non riesce a spiegarsi come si possa fare del male a gente tranquilla, con un lavoro onesto e disponibile verso tutti: “Il signor Cardella è un medico. È davvero una persona da ammirare. Quando mia madre me ne ha parlato sono rimasto sconvolto”.

Nonostante tutto, però, mi spiega che al di là di qualche vaga notizia, tra vicini non si è parlato di nulla. Come fosse quasi una storia da dimenticare. Mi indica la villa del dottor Cardella, è la prima entrando da via Hemingway. Una macchina grigia è posteggiata davanti al cancello d’ingresso. “Provi a citofonare, saranno molto gentili, vedrà”. Pietro mi incoraggia, poi si congeda. Resto per un attimo davanti al campanello. Suono una, due, tre volte. Niente. Forse non c’è nessuno, o forse non hanno voglia di parlare.
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