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La proposta di miccichè

“Torni la vecchia maggioranza”
Ma non ci si poteva pensare prima?


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Giorni, settimane, mesi. Di litigi, scontri, insulti, scissioni, agguati parlamentari, proclami solenni. La Regione paralizzata, l’Ars ingessata, il bilancio a rischio, la Sicilia a pezzi. Per poi scoprire, leggendo i quotidiani di questa domenica, che la soluzione alla crisi è lì, a portata di mano. A indicarla è Gianfranco Miccichè, il ribelle per antonomasia, che in un’intervista a Repubblica candidamente ammette: la soluzione alla crisi non può che essere riportata alla volontà degli elettori. Ossia un ritorno alla vecchia maggioranza: Mpa, Udc e Pdl tutto intero. Ma va? E non ci si poteva pensare prima?
A questo punto verrebbe da chiedersi perché ci sia stato propinato uno spettacolo come quello che in questi giorni abbiamo raccontato. La risposta è presto data e la si legge nell’occhiello dell’intervista citata: la strada maestra è quella di un ritorno alla vecchia maggioranza, “ma Castiglione deve andarsene”.
Tutto questo era il problema, si dice a Palermo. Evviva la sincerità. Finalmente, dopo giorni di richiami solenni ai sacri principi dell’autonomismo, contraddetti immediatamente da accorate richieste di interventi romani per risolvere la faccenda, dopo settimane di proclami sulla necessità di una maggiore attenzione al territorio e alla democrazia interna, ecco svelarsi, senza troppi giri di parole, la vera posta in gioco. Uno scontro di potere dentro il Pdl siciliano, punto e basta. Uno scontro di potere condotto in modo spregiudicato, con rilanci e bluff degni del miglior giocatore di Texas hold’em a un tavolo da poker in cui la posta, tutta quanta, la pagano i siciliani. Non che non lo si fosse già capito, ma leggerlo con tanta chiarezza fa un altro effetto.
Quella che fa brancolare nel buio una terra di cinque milioni di persone, insomma, non è altro che un sfida a braccio di ferro tra berluscones. Della quale il presidente della Regione si è servito a modo suo per rafforzare la sua leadership in nome del “divide et impera” che è, dichiaratamente, la sua strategia politica. Tentata anche dalle parti del Partito democratico, per garantire al governo un “piano B” nel caso in cui la corda, tirata troppo con gli alleati, si fosse spezzata. A far saltare il progetto sono state le primarie del Pd, il niet del neosegretario Lupo e il senso di responsabilità fin qui dimostrato dai suoi colleghi di partito. Dal Pd non arriveranno stampelle. A meno che Lombardo non sancisca “il fallimento del centrodestra”. Il che è impensabile fino a che a braccetto del governatore ci sarà un sottosegretario del governo Berlusconi. Per sperare nel salvagente democratico, in teoria, Lombardo dovrebbe prima sbarazzarsi dei ribelli rimasti comunque dentro il Pdl.
E allora, visto che per Miccichè e compagni altri sbocchi non se ne vedono e che di elezioni i 90 deputati dell’Ars non vogliono saperne (malgrado le segreterie dei partiti possano pensarla diversamente), non resta che tornare al punto di partenza, riportando le lancette dell’orologio alla primavera scorsa. Magari lasciando a Miccichè e Castiglione l’occasione di risolvere le proprie diversità di vedute con un incontro di wrestling o con un più rilassata sfida a birra e salsicce, come in un vecchio film di Bud Spencer e Terence Hill.