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Lo scrittore di Racalmuto morì il 20 novembre del 1989

Sciascia, vent'anni dopo
Una storia (per niente) semplice


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Sembra sia tutto lì. In quell’articolo che ancora brucia, arde, accende gli animi e i ricordi. Sembra sia tutto lì, sulle pagine del Corriere della Sera del 10 gennaio di ventidue anni fa. I professionisti dell’antimafia, la critica a un mai nominato Orlando, l’attacco inequivocabile a Borsellino. O, meglio, ai criteri seguiti per la nomina del giudice a capo della Procura di Marsala. Sembra sia tutto lì. Così, a vent’anni esatti dalla morte di Leonardo Sciascia, ciò che resta nei dibattiti, tra le citazioni e le strumentalizzazioni in buona e cattiva fede sono quelle parole, quello “slogan”, quell’etichetta. Che non fu nemmeno scelta da Sciascia.
Eppure non è tutto lì. La carriera, la vita, la storia dello scrittore di Racalmuto non si esaurisce in quell’articolo, in quello slogan. C’è tanto altro. C’è l’impegno di un intellettuale scomodo. Che ha scelto il dubbio come compagno. La contraddizione come filo conduttore del suo pensiero.
Ecco, il gusto per la contraddizione. Di questo, forse, a vent’anni dalla morte di Sciascia, si sente maggiormente il bisogno. La capacità di evitare il compromesso delle idee, l’appiattimento su soluzioni comode e rassicuranti. Sorrette, magari, dai sondaggi. Di non essere, per dogma, “semplice”.
Manca, oggi, davvero la sporgenza dello spigolo. La sottile complessità di chi fu anticlericale e affascinato dal mistero della fede. Di chi raccontò per primo la mafia col romanzo del ’61 per polemizzare, 26 anni dopo,  con “l’antimafia”. Di chi difese i principi garantisti, ma era stuzzicato dal giustizialismo del suo personaggio più amato, Fra’ Diego La Matina.  Manca questo, oggi. Specie a chi non lo conobbe, forse. Paradossalmente. A chi non c’era o non ricorda quando Sciascia “si schierò” “né con lo Stato, né con le Br”. O quando litigò con Berlinguer,  si candidò prima alle amministrative di Palermo, poi da Radicale a Roma, difese Enzo Tortora, polemizzò con Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Manca questo, oggi. L’idea forte. Che spiazza comunque. Spariglia. Determina posizioni, crea il dibattito, la discussione. Che è sempre una ricchezza, per una cultura, una civiltà.
Manca questo, oggi. Certo. Ma manca anche e tanto lo scrittore. Il narratore. Che svelò la mafia, negli anni ’60, con Il giorno della civetta e A ciascuno il suo. Descrisse il torbido dell’Italia degli anni ’70 con Todo Modo e Il contesto. Per poi centrare il suo pensiero, negli ultimi anni di vita, sui “nodi” legati alla giustizia, alla forza della memoria (se questa ha un futuro), alla morte da riconoscere, attraverso la figura affascinante del cavaliere, come un evento della vita. Come fosse la vita stessa. E, quindi, un’esperienza narrabile.
La morte, da narrare. Chissà se ci pensò, Sciascia, in quei giorni di vent’anni fa. In quelle ultime ore del 20 novembre. Mentre, nel frattempo, usciva in libreria il suo ultimo racconto: Una storia semplice. Ultima, beffarda, stimolante contraddizione di chi visse una storia che di semplice, per fortuna, ha davvero poco.