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Quattro soluzioni
per una crisi


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crisi, regione siclia, Politica
Il silenzio odierno dei comunicati stampa sulla crisi della Regione testimonia che qualcosa si muove e che i nodi stanno finalmente arrivando al pettine. La settimana che va a concludersi ha segnato un'accelerazione nei tempi della crisi, con la tesissima seduta dell'Ars di mercoledì conclusasi con un rinvio strappato in extremis e con l'ultimatum del Pdl lealista che ha chiesto a Lombardo di mettere a posto le cose entro e non oltre la prossima seduta dell'Ars, fissata per mercoledì prossimo. La scadenza si avvicina e se non ci si arriverà con lo straccio di un accordo, la guerra tra ex alleati si riaccenderà magari con l'impallinamento dell'assessore Armao.

Col passare delle ore e dei giorni, nel grande caos in cui la Regione è sprofondata cominciano a delinearsi con maggiore chiarezza le (poche) vie d'uscita possibili. Vie impervie, strettissime, che rendono il finale della tragicommedia di Palazzo tutt'altro che scontato. L'unica certezza è che l'epilogo del tutti contro tutti non si presenterà in tempi strettissimi e che difficilmente prima di gennaio la Sicilia avrà un nuovo governo. Gli scenari di fine crisi possibili a questo punto sembrano quattro, due più probabili, due meno ma non da escludere.

Il primo epilogo possibile, e quello per logica più probabile, porta alla pace tra i contendenti e alla faticosa ricomposizione della maggioranza di centrodestra vittoriosa alle scorse elezioni regionali. Sembrava questo il finale più ovvio, ma i continui rilanci da pokeristi delle parti in causa, la linea dura di Miccichè e dei suoi verso il Pdl "lealista" e l'intransigenza della segreteria dell'Udc rende il tutto molto complicato. Una ricomposizione dovrebbe passare dall'azzeramento della giunta, da una nuova redistribuzione delle poltrone, ma soprattutto, ed è questa in fin dei conti la pratica più complicata, da un redde rationem interno al Pdl. Dentro il quale solo una persona ha l'autorità di dire l'ultima parola, ossia Silvio Berlusconi. Ma il premier, alle prese coi processi presenti e futuri, con le bizze di Fini e con le richieste di alimenti della signora, in questo momento sembra pensare a tutto fuorché alla Sicilia.

Il secondo e il terzo epilogo si profilerebbero se la rottura tra Lombardo e il Pdl "lealista" non si dovesse sanare. A quel punto, al governatore resterebbero due alternative. La prima è quella del "governo di minoranza" teorizzato da Miccichè, con i 30 deputati di Mpa e Pdl Sicilia ai quali di volta in volta si dovrebbero aggiungere voti da trovare in Aula, magari cercando un appoggio esterno del Pd. Si tratta di un epilogo ancora non da escludere, ma certo più difficile alla luce della linea imposta al Partito democratico da Giuseppe Lupo. Che non chiude definitivamente la porta ad accordi ma li vuole solo alla luce del sole, ovvero dopo la dichiarazione di fallimento da parte degli autonomisti dell'esperienza del centrodestra.

E qui veniamo al terzo epilogo. Lupo ragiona in maniera lineare: siamo il Pd, il nostro avversario è Berlusconi, non possiamo fare accordi con pezzi del partito del Cavaliere. E allora, per salvare il salvabile, a Lombardo non resterebbe che scaricare Miccichè e i suoi, rompere con la destra e aprire al Pd. Mpa e democratici insieme conterebbero su 44 deputati, ossia la maggioranza meno un'inezia, numeri che contando su qualche assenza e qualche nuovo acquisto da incamerare per strada potrebbero consentire di governare.

Resta un ultimo finale. Il più improbabile, forse. Ovvero che alla fine, di accordi non se ne trovino. E che la crisi si protragga fino ai primi mesi del 2010, in pieno esercizio provvisorio. A quel punto, prima che il Titanic si inabissi definitivamente sarebbe davvero difficile ostinarsi a non sancire il fallimento ricorrendo al voto anticipato. Ma per arrivarci ci vorrebbero le dimissioni di Lombardo o di 46 parlamentari regionali. Difficile dire quale delle due ipotesi sia meno verosimile.