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L'editoriale

Andresti a vivere a casa di Riina?


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beni confiscati, casa, mafia, riina, Cronaca
“Basta pensare che li hanno arrestati e gli hanno sequestrato il forno... è un brutto segnale... anche quando questi sono stati intestati a terze persone, anche se hai ottant’anni se ti devono confiscare le cose lo fanno... solo perché magari sei amico di... perché conoscente di... quindi la migliore cosa è quella d’andarsene... basta essere incriminato per l’articolo 416 bis, automaticamente scatta il sequestro dei beni... cosa più brutta della confisca dei beni non c’è”. Non serve richiamarsi a Giovanni Falcone o Pio La Torre. Anche Franco Inzerillo “'u truttaturi”, erede degli “scappati” intercettato durante un colloquio in carcere con i nipoti Gianni e Pino nell'ambito dell'indagine “Old Bridge”, lo dice chiaramente: non c'è niente che le cosche temano più della confisca. La temono per due ordini di motivi: il danno economico, ma anche il segnale al territorio, la percezione fra la gente che lo Stato è capace di sostituirsi all'antistato, di imporre il proprio potere nei feudi di marca mafiosa. È forse questo il principale motivo che ci fa ritenere un grave errore politico l'emendamento alla Finanziaria che prevede la possibilità di mettere all'asta i beni confiscati. È forse per questo che ci sentiamo di condividere la raccolta di firme di Libera e Avviso pubblico che chiede il ritiro dell'emendamento.
Con l'attuale meccanismo, infatti, lo Stato agisce da garante anche quando gli immobili sottratti alle cosche vengono assegnati a cooperative o associazioni: mantenendo la proprietà è sempre presente, non delega ai singoli cittadini, naturalmente più deboli, la contrapposizione alla mafia. Del resto, chi acquisterebbe la casa di un Riina, ma anche di un “picciotto” minore? Troppi sarebbero i rischi, troppi i contro di un “affare” di questo tipo. Troppo facile il ragionamento da contabili che chi ha firmato quell'emendamento propone: la politica, con le eterne aste a vuoto, sarebbe sconfitta. La mafia si riapproprierebbe degli immobili anche senza acquistarli.
Acquistarli, del resto, sarebbe fin troppo facile. Inutile fingersi candide Biancaneve che non sanno prevedere le conseguenze: i mezzi di cui dispone Cosa nostra, la sua capacità di trovare prestanome conniventi o semplicemente costretti, vanno ben al di là dei certificati antimafia, dei controlli pur serrati che lo Stato può disporre. Lo provano molte delle indagini più recenti sui finanziamenti pubblici alle “lavanderie dei soldi sporchi”, come le ha efficacemente definite il procuratore aggiunto di Palermo Roberto Scarpinato: le verifiche, semmai, possono arrivare più tardi, quando però il danno si è già propagato. Quando il segnale della sconfitta dello Stato è già arrivato.
Del resto, che la legge sull'uso sociale dei beni confiscati vada ritoccata è un'esigenza. I tempi di affidamento, ad oggi, sono troppo lunghi, troppo tortuose le strade da percorrere perché case e terreni vengano effettivamente utilizzate: i Comuni hanno un anno di tempo per decidere sulla destinazione del bene, ma spesso, nel passaggio fra un ufficio e l'altro, i mesi passano inesorabilmente. La soluzione, qui, è però tutta interna alla burocrazia: basterebbe, per aggirare il problema, imporre limiti temporali più ristretti, accelerando le procedure. Il termine di 90 giorni indicato dall'emendamento alla Finanziaria può essere un buon punto di partenza. Purché il problema si risolva con i mezzi della politica e non con artifici da contabili. Purché lo Stato mantenga il proprio ruolo in questa partita.