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L'intervista a Sofri

Le parole di Adriano

Domenica 29 Novembre 2009 - 11:19
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Adriano Sofri su livesicilia. Perché? Non è siciliano. Molti lo considerano un cattivo maestro, altri un grande scrittore. Alcuni lo odiano, altri lo amano. Qualcuno – a ragione – porta dentro un rancore che confina con la perdita di un caro, con la fine tragica di una storia. E allora perché intervistare Sofri? Perché Livesicilia ha deciso di imbarcarsi in una scelta che dividerà i nostri lettori Intanto, perché dividere è il nostro mestiere di cronisti. Instillare dubbi. Fornire una versione critica dei fatti, mai scontata. E poi perché le parole di Adriano Sofri sono importanti. Specialmente quelle pronunciate su una questione che a noi sta a molto a cuore: lo stato osceno delle carceri siciliane, come riflesso di uno sfascio generale. D'accordo, nella chiacchierata con Valeria Lo Iacono, Sofri azzarda appena un fuggevole accenno al problema siciliano della galera e si concentra sul più vasto contesto. Ma ogni prigione, in fondo, è paese. Le sbarre sicule sono l'estrema propaggine di una malattia complessiva che le definisce e le iscrive nella teoria generale della sofferenza senza giustizia. La ferita aperta potrebbe non interessare, noi come cronisti, voi come lettori? Le sbarre sicule rappresentano la prassi più oscena dell'oscenità. Le sbarre arrugginite dell'Ucciardone. I corridoi alienanti del Pagliarelli. L'orrore di Piazza Lanza a Catania. Le vite sepolte a Favignana, sotto il livello del mare. Le denunce inascoltate del garante Salvo Fleres. I suicidi, i numeri spietati, lo sguardo che si volge dall'altro lato e non considera l'immondizia umana, sotto il tappeto dell'indifferenza. Sofri – che ringraziamo per la disponibilità - ci parla del carcere, come strumento immorale per infliggere dolore. E nel riflesso di quello che dice si riverberano trame e volti che conosciamo bene. Le memorie di Adriano si trasformano in memorie siciliane, riconoscibilissime. Compongono una riflessione profondamente umana, staccata per una volta da lombardismi e cuffarismi. Comunque si giudichi l'uomo, le sue parole sono un distillato di civiltà che ci interessa, perché diventano strumenti di una lotta che ci coinvolge. Il tema è il carcere siciliano-italiano, affrontato nel suo nucleo più sordido e problematico. Tema che si allarga e che su allunga all'infinito. Tutte le sbarre, democraticamente, sono uguali.


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Ultima modifica: 29 Novembre 2009 ore 11:41



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