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Il premier: "Accuse ridicole"

Il giorno di Spatuzza
"La mafia e Berlusconi"


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(Da Torino) - Il pentito Gaspare Spatuzza ha confermato in aula le accuse: il premier Silvio Berlusconi e il senatore del Pdl, Marcello Dell’Utri, erano i referenti politici di Cosa nostra nella nascente seconda Repubblica italiana. Lo ha ribadito di fronte alla corte d’Appello di Palermo in trasferta a Torino per motivi di sicurezza

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Il pentito Gaspare Spatuzza ha confermato in aula le accuse: il premier Silvio Berlusconi e il senatore del Pdl, Marcello Dell’Utri, erano i "referenti" politici di Cosa nostra. Lo ha ribadito di fronte alla corte d’Appello di Palermo in trasferta a Torino per motivi di sicurezza. Il processo Dell’Utri è stato così aggiornato a venerdì prossimo e sono stati chiamati a deporre in teleconferenza Cosimo Lo Nigro e i capimafia Giuseppe e Filippo Graviano.

“Spatuzza day”. Imponenti le misure di sicurezza, giornalisti di tutte le testate italiane – e anche d’Oltralpe – hanno invaso l’aula bunker del tribunale di Torino. Un’occasione anche per l’eurodeputato della Lega, Mario Borghezio, di far pubblicità a un caso di aggressione subita e mai trattata dagli uffici torinesi e, contemporaneamente, un’occasione per essere sbeffeggiato dai giornalisti presenti.

L’udienza inizia con la richiesta della difesa di revocare l’ordinanza che chiamava a deporre Spatuzza. Per i legali di Dell’Utri, infatti, quelli trattati dal superpentito sono nuovi temi di prova, come se un processo di primo grado si inserisse in uno di secondo grado. La corte ha respinto la richiesta e chiamato in aula il pentito.

Spatuzza entra protetto da un cordone di una trentina di uomini della polizia penitenziaria. Protetto da un paravento comincia a rispondere, con voce tremante, alle domande del pg Nino Gatto. E conferma precisamente quanto già raccontato ai pm che indagano sulle stragi mafiose e sulla presunta trattativa Stato-Cosa nostra.

Ammette di aver fatto parte dell’organizzazione mafiosa-terroristica. Un particolare, quest’ultimo, che non sfugge al pg che chiede maggiori spiegazioni. “Per quello che mi consta personalmente degli attentati, dopo Capaci e via D’Amelio, ci siamo spinti oltre. L’attentato a Costanzo, Firenze, ci spingiamo oltre, è qualcosa che non ci appartiene”. La spiegazione del pentito è che Falcone e Borsellino erano loro nemici, “e abbiamo gioito della loro morte”. Ma le persone morte a Firenze, fra cui la piccola Nadia, “quella bellissima bambina (…)non ci appartengono”. Una prima spiegazione arriva da Giuseppe Graviano, in un incontro a Campofelice di Roccella nell’autunno del 1993. “E’ bene che ci portiamo appresso altri morti – avrebbe detto il capomafia di Brancaccio –così chi si deve muovere si dà una smossa”. E Spatuzza - che sostiene di essere “legatissimo alla famiglia Graviano”, un sentimento “oltre l’amicizia” a cui non verrà mai meno – obbedisce e progetta l’attentato ai carabinieri di Roma.

Un’azione anomala, di una potenza distruttiva che “neanche i talebani”. Parte tutto il gruppo di fuoco di Brancaccio e si attende il via libera da Graviano, due “anomalie” secondo il pentito. Poi avviene l’incontro al bar Doney di via Vittorio Veneto a Roma in cui Giuseppe Graviano felice “come se ci fosse nato un figlio” dice che “è tutto finito grazie alla serietà di queste persone. Silvio Berlusconi “quello di Canale 5” e il compaesano Dell’Utri. Ma l’attentato si deve fare lo stesso, “per dare il colpo di grazia”. L’azione però fallisce e si torna a Palermo. Qualche giorno dopo i Graviano saranno arrestati a Milano. E’ il 27 gennaio del 1994.

I due fratelli Spatuzza li rincontra in carcere. E sarebbe lì che Filippo, colto da problemi di salute, avrebbe detto che se non arriva nulla “da dove deve arrivare, è bene che anche noi parliamo coi magistrati”. Siamo nel 2004 e Spatuzza da 4 anni era avviato in un percorso di dissociazione da Cosa nostra e di avvicinamento alla religione. Dopo altri 4 anni il bivio: o Dio o Cosa nostra. E quindi, con grande cautela, riesce a parlare con Piero Grasso, procuratore nazionale antimafia e nasce la sua collaborazione. Ma i nomi grossi, Spatuzza li fa solo all’ultimo, quando è certo di essere entrato nel programma di protezione. Prima aveva fatto solo cenni generici.

Così il pentito fulminato dalla luce cristiana si decide a “restituire la verità alla storia, non mi fermerò mai. E’ una mia missione per dare onore a quei morti. Se io ho messo la mia vita nelle mani del male, perché non la devo perdere per il bene” ha detto singhiozzando.

Il premier, dal canto suo, non si dà peso per le affermazioni di Spatuzza. Laconico il commento di Berlusconi: "Sono accuse che fanno ridere".