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La prima alla Scala, fischi alla regia

Carmen, Emma Dante
divide il pubblico


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, Cultura e Spettacolo
(di Francesco Brancati-Ansa) Applausi lunghi e intensi, ma anche sonori 'buu' alla regia, soprattutto da parte del loggione: pubblico diviso sulla 'Carmen' firmata Emma Dante che ieri sera ha inaugurato alla Scala la stagione 2009-10. L'opera di Georges Bizet, presentata con una regia fuori dagli schemi tradizionali, ha lasciato un po' d' amaro in bocca ai melomani milanesi, ma ha esaltato la parte del pubblico più aperta alle novità. Da tutti apprezzate invece le voci della debuttante Anita Rachvelishvili (Carmen), mezzosoprano georgiano lungamente applaudita, quella del tenore Jonas Kaufmann (Don Josè) e soprattutto la direzione dell'orchestra scaligera da parte di Daniel Barenboim. Applausi anche a Gabor Bretz (Zuniga), Erwin Schrot (Escamillo), Adriana Damato (Micaela) e a tutti gli altri interpreti, oltre che al coro scaligero. Quella di ieri sera alla Scala sarà ricordata come una 'Carmen' fuori dalla tradizione. Per molti è stata la piacevole sorpresa di un allestimento nuovo e giovane, non più ingessato nella tradizione del folklore andaluso. Ma molti hanno trovato questa regia ''troppo ingombrante'', tanto da disturbare l'ascolto della musica. Se le più sonore salve di fischi per Emma Dante  sono venuti dal loggione alla chiusura del sipario, alcuni appassionati d'opera in sala avevano già avanzato dubbi alla fine del secondo atto. Cosi' l'ex pg Francesco Saverio Borrelli, affezionato spettatore scaligero, aveva parlato di ''troppi simbolismi che distraggono''. L'architetto Vittorio Gregotti di ''eccessi della regia''. E anche una collega di Emma, Andree Rutchshammah di ''regia troppo carica''. Ma come ha raccontato questa Carmen la regista palermitana? Lei, che non ha fatto mistero di non esser ''mai entrata prima d'ora alla Scala'' e di non aver ''mai visto un'opera'', ha dato spago a tutta la sua fantasia artistica, giocando, a modo suo, con i personaggi e le situazioni dell'opera di Bizet. Così la piazza di Siviglia (la prima delle scene create da Richard Peduzzi) è una piazza circondata da edifici stilizzati, dai colori caldi che non identificano la Spagna, ma una generica città meridionale. Una portantina con un catafalco e la statua di una santa fanno presagire il dramma. E' un afoso pomeriggio di noia, rotto dai giochi sfrenati dei monelli, sgusciati non si sa come (è la prima invenzione della regista) dagli zaini dei soldati. I militari non hanno nulla di ciò che la tradizione ha consegnato alla storia dell'opera, non splendono nelle divise con spalline e alamari e i loro interventi sono violenti e crudeli. La manifattura tabacchi è una fabbrica, e davanti agli uomini che si radunano per vedere l'uscita delle sigaraie alla fine del lavoro, si presentano delle operaie: ragazze abbigliate tutte allo stesso modo, hanno una mantellina bianca che, una volta rivoltata sulla testa, ne fa tante suorine. Tra loro c'è Carmen che, con una veste che non ha nulla del rosso costume gitano, intona l' Habanera. Se la tradizione vuole un'opera giocata sull' esotismo dell'ambientazione spagnola, sulle nacchere, sul personaggio di Carmen, zingara sfrontata, questa è un' altra cosa. La regista evita di cedere al folklore, disegnando la figura di Carmen come quella di una donna indomabile, che non è disposta a cedere un grammo della sua libertà. L'esatto contrario di Micaela, dimessa fidanzata di Don Josè, tutta casa e chiesa, che anela al matrimonio, tanto che sotto la veste nera nasconde un candido abito da sposa, che disvela davanti all'amato. Le 'invenzioni' di Emma Dante continuano negli atti successivi: nel secondo, dove Carmen diventa finalmente gitana anche negli abiti e si scatena in un balletto indiavolato. Nel terzo atto, dove il covo dei contrabbandieri diventa un luogo magico, tra alberi animati, le cui fronde si fanno poi cespugli in un prato multicolore; e poi nella notte trascorsa all'addiaccio, dove donne velate di nero materializzano il presagio di morte che Carmen legge nelle carte. Il tema della madre malata con cui Micaela torna a scongiurare Josè è reso con un lungo lenzuolo bianco teso ai lati, tanto da sembrare un enorme, provocatorio letto di morte. L'epilogo tragico del quarto atto vede rientrare in scena le prefiche velate e il catafalco, mentre Carmen, vestita di nero, respinge per l'ultima volta, insolente e beffarda, l'amore di Don Josè. Lui, disperato e accecato dalla gelosia, non le affonda il coltello nel cuore, ma la aggredisce da dietro, tagliandole la gola.