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Per chi suona la campanella

Le facce dei ragazzi tra i banchi


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, Cronaca
Ore 8,20, fuori dalla scuola: mi guardo intorno cercando d'intuire cosa c'è dietro ai volti noti dei miei alunni e a quelli dei loro amici di altre classi che si stanno ritrovando sotto l'edificio. Ore 8,30 dentro le aule: la metamorfosi.
I ragazzi quando entrano a scuola cambiano faccia. Non è solo un modo di dire, magari anche piuttosto abusato. Osservateli, se potete. Osservateli lì nel cortile o sui marciapiedi a pochi passi dal portone d'ingresso. Hanno un'aria assonnata, che riflette tuttavia il piacere di rivedere amici, di scherzare, di sfottere, di giocare, di raccontare esperienze – fossero pure solamente televisive, fatte nel salotto di casa o in cameretta, col telecomando in mano – di confrontarsi e confidarsi.
Il suono della campanella sembra avere per loro lo stesso effetto della lampadina negli esperimenti di Pavlov. In quel caso la cavia imparava a legare l'accensione della luce all'arrivo del cibo, a qualcosa di buono dunque. Per i ragazzi, invece, quel trillo deve evocare una prospettiva negativa, a giudicare dai visi che progressivamente cambiano espressione, via via che penetrano nell'antro scolastico, salgono le scale, arrivano in classe.
Cosa evoca quel suono in loro? Cosa li attende? Qual è la differenza tra il mondo là fuori e quello qua dentro? Perché una differenza ci deve essere e deve essere avvertita, se si disegna sugli alunni con tanta evidenza e rapidità. Cosa sarà a suscitare ciò che sembra noia, avvilimento, nausea e in taluni voglia di ribellione? E perché chi lavora nella scuola non tiene nella giusta considerazione l'umore, le sensazioni che questo luogo produce nei suoi frequentatori? La scuntintizza a scuola è d'obbligo? La “seriosità” (della scena, del compito, del momento educativo; dei suoi riti, dei suoi formalismi; dei suoi protagonisti e delle sue gerarchie) è una veste che va obbligatoriamente indossata dopo le elementari al posto del grembiule?