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La crisi di Termini tra lotta e speranze

Fiat, la Cina è vicina?
Ma la paura di più


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cinà, fiat, scajola, termini imerese, Cronaca
La strada verso la possibile salvezza dello stabilimento Fiat di Termini Imerese potrebbe condurre dritto fino in Cina. Proprio in questi giorni di scioperi e cortei da parte degli operai della fabbrica del Lingotto e di quelli delle aziende dell'indotto, prende, infatti, corpo l'ipotesi di un interesse da parte del colosso cinese Chery alla acquisizione del centro produttivo siciliano, ipotesi che non sarebbe sgradita nemmeno al ministro Scajola. Marchionne sembra, infatti, irremovibile rispetto alla decisione, prospettata già da tempo, di far cessare la produzione di auto a Termini, che subirebbe un declassamento industriale dalle "tragiche conseguenze sui livelli occupazionali", stando alle parole dei sindacati. Né la paventata riconversione dello stabilimento della cittadina palermitana in centro di realizzazione di piccole componenti meccaniche sembra andare incontro alle istanze avanzate in questi giorni dai delegati sindacali che seguono la vertenza. Scenario, quello della riconversione, che, tra l'altro, causerebbe la fine di tutto l'indotto produttivo, rivelatosi risorsa vitale per l'intero territorio del comprensorio. In queste ore, intanto, si sta svolgendo nelle cittadina termitana una manifestazione di protesta alla quale  partecipano oltre ai lavoratori della casa torinese, anche gli studenti delle scuole superiori  e gli artigiani e commercianti che in segno di solidarietà hanno deciso di tenere chiusi i loro negozi. A sfilare per le strade della città anche il sindaco di Termini Salvatore Burrafato che ha parlato di "storia quarantennale tra Fiat e Termini che non può finire con questo nuovo piano industriale". Alla manifestazione, indetta dai vertici locali di Fiom, Fim e Uilm, hanno aderito pure primi cittadini e amministratori della provincia. Tra le famiglie degli operai cominciano, intanto , a serpeggiare sentimenti di sfiducia e soprattutto di preoccupazione per il futuro: "Mio padre, mio zio e mio cognato lavorano tutti alla Fiat. Se chiude la fabbrica cosa faremo?" si domanda allarmato Vincenzo Urso, studente diciottenne termitano. Parla, invece, apertamente di "dramma sociale" incombente Vincenzo Lumia, responsabile dell'istituto per geometri della città. E' quindi in questo scenario di preoccpazione e tensione che spunta l'ipotesi cinese per garantire la sopravvivenza dello stabilimento. La Chery, primo produttore cinese per volume di auto realizzate, cerca, infatti, da tempo uno stabilimento nel Vecchio Continente con un duplice obiettivo: la produzione di automobili direttamente in Europa e l'apprendimento di tecniche innovative (soprattutto per quanto concerne i nuovi modelli di auto ecologiche), settore quest'ultimo in cui le aziende di Pechino sembrano ancora scontare un gap importante rispetto ai colossi americani ed europei. Rispetto a questa prospettiva, ancora piuttosto lontana dato il carattere informale dei primi contatti tra i manager italiani e quelli cinesi, Fiat mantiene una posizione cautamente aperturista, anche se, a fare da contraltare, ad atteggiamenti possibilisti in seno alla casa di Torino, vi sono i timori espressi da alcuni dirigenti del Lingotto che vedono, con l'eventuale ingresso dei cinesi sul mercato italiano, a rischio il monopolio produttivo di Fiat nel nostro Paese. Cruciale diventa a questo punto per le sorti dello stabilimento siciliano e per il futuro degli operai di Termini, il vertice del 22 dicembre tra governo, azienda e sindacati che, in quella sede, cercheranno la soluzione a quella che sta diventando una vertenza sempre più intricata e dai risvolti sociali decisamente seri.