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Mafia, quaranta arresti a Gela

Il pizzino nello stomaco del boss
E gli affari nel Nord Italia


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Come nella macabra trama di una crime fiction, la prova è spuntata fuori durante l'autopsia. E grazie a un pizzino, ingoiato dal boss prima di essere catturato, gli inquirenti hanno ricostruito il business del clan gelese degli Emmanuello che aveva spostato nel Continente il centro dei suoi affari. E' così che pazientemente la polizia, decifrando il bigliettino, trovato nello stomaco del capomafia Daniele Emmanuello, ha messo insieme gli elementi che hanno inchiodato 41 persone: gregari, picciotti e insospettabili imprenditori tutti legati alla "famiglia". Il pizzino conteneva infatti i nomi di alcuni affiliati e altre informazioni legate agli appalti che facevano gola al clan. Gli agenti della Mobile di Caltanissetta, anche grazie alle rivelazioni del pentito Fortunato Ferracane, sono riusciti a tracciare il quadro delle attività illecite della criminalità organizzata gelese degli ultimi otto anni, sgominando la rete di collegamento che il clan aveva realizzato con il Nord, scegliendo Parma come base operativa. Nella città emiliana si era trasferito Salvatore Terlati, uno dei luogotenenti di Daniele Emmanuello, il boss ucciso nel 2007, durante uno scontro a fuoco con la polizia, mentre tentava di fuggire. Il braccio destro del padrino, con la complicità di alcuni imprenditori gelesi che operavano sul posto (i fratelli Infuso e gli Alabiso), era riuscito a mettere in piedi una lucrosa attività di caporalato, piazzando, a varie imprese del Nord, manodopera specializzata (saldatori, tubisti, carpentieri) proveniente da Gela. Terlati, inoltre, continuava a esercitare l'attività "classica" di Cosa nostra: il taglieggiamento, sottoponendo ad estorsione ditte di varie regioni e attuando una sorta di 'racket dal volto umano'. Dall'inchiesta è emerso, infatti, che il mafioso incassava tangenti ma a modo suo 'aiutava' le vittime a recuperare la spesa extra, fornendo loro fatture false per prestazioni inesistenti. Un escamotage che permetteva di scaricare i costi del pizzo ed evadere il fisco. Ma chi non pagava subiva, comunque, intimidazioni e danneggiamenti. Attività, quella del taglieggiamento, esercitata a tappeto anche a Gela: dove Giuseppe Bevilacqua, uno degli arrestati, l'uomo del clan che si dedicava alle estorsioni, avrebbe gestito il racket del pizzo e imposto gli appalti nel movimento terra e nelle forniture di calcestruzzo persino nella costruzione di una chiesa: quella di San Rocco nel quartiere Cantina Sociale a Gela. Copertura logistica e denaro servivano al clan per allargare i propri affari nelle regioni dell'Italia centro-settentrionale e per alimentare il traffico di stupefacenti. L'organizzazione era così radicata che i gelesi aveva deciso di infiltrarsi nella politica. Orazio Infuso, Marco Carfì e Nunzio Alabiso, tutti e tre coinvolti nell'inchiesta, furono candidati, nel 2007, alle elezioni per il rinnovo del consiglio comunale di Parma, nella lista dell'Udeur. Nessuno dei tre però é stato eletto. (Ansa)