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Il blitz di Gela

Il pizzino nello stomaco del boss


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Con l'operazione Compendium la Direzione investigativa antimafia, la squadra mobile di Caltanissetta e il commissariato di polizia di Gela hanno ricostruito le attività illecite della criminalità organizzata gelese degli ultimi 8 anni, tracciando la mappa di affari e interessi del gruppo di Cosa nostra, monitorando le attività di sostegno alla latitanza di Daniele Emmanuello, e sgominando la rete di collegamento che il clan aveva realizzato con il Nord, scegliendo Parma come base operativa.

La prima traccia l'ha fornita uno dei pizzini ritrovati, durante l'autopsia, nello stomaco del boss, ucciso a novembre del 2007, mentre tentava di sottrarsi alla sua cattura, nelle campagne di Enna. A Parma si era trasferito uno dei luogotenenti di Daniele Emmanuello, Salvatore Terlati, il quale, con la complicità di alcuni imprenditori gelesi che operavano sul posto (i fratelli Infuso e gli Alabiso), era riuscito a mettere in piedi una lucrosa attività di caporalato, piazzando a varie imprese del Nord manodopera specializzata (saldatori, tubisti, carpentieri) proveniente da Gela.

Lo stesso Terlati sottoponeva ad estorsione molte ditte di varie regioni attuando una sorta di 'racket dal volto umano'. Incassava tangenti ma a modo suo 'aiutava' le vittime a recuperare la spesa extra fornendo loro fatture false per prestazioni inesistenti, che permettevano di scaricare i costi ed evadere il fisco. Ma chi non pagava subiva intimidazioni e danneggiamenti. Copertura logistica e denaro servivano al clan per allargare i propri affari nelle regioni dell'Italia centro-settentrionale e per alimentare il traffico di stupefacenti.

L'organizzazione era così radicata che aveva deciso di infiltrarsi nella politica. Orazio Infuso, Marco Carfì e Nunzio Alabiso furono candidati, nel 2007, alle elezioni per il rinnovo del consiglio comunale di Parma, nella lista dell'Udeur. Nessuno dei tre però è stato eletto.