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Il Capodanno contestato

Il pasticcio è Massimo


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Capodanno, teatro massimo, Cronaca
Questo pasticcio del Teatro Massimo ha tutti i connotati di una tipica storia palermitana. Via via che si scorrono i paragrafi, crescono le incertezze. La vicenda  coinvolge uno dei simboli della rinascita (ahi, la rinascita) della città e dovrebbe svolgersi sotto i riflettori della comunità, ansiosa (?) di vederci chiaro. Dovrebbe essere illuminata e spiegata in ogni angolo.  Invece no, intorno allo "schiticchio" di lusso del 31 dicembre c'è solo silenzio e penombra. C'è comune disinteresse. Non parla il sovrintendente Cognata. Parla la Soprintendenza ai Beni Culturali, ma lo fa per via "privata" rispondendo a una missiva di Confcommercio e dichiara la sua contrarietà a ogni ipotesi di rinfresco.
Non parlano le istituzioni cittadine. Non parla il sindaco. La gente non ascolta nemmeno il silenzio.  Appena appena, l'opposizione rumoreggia, solo che è un rumore troppo labile e non si sente.
Purtroppo, qui la posta in gioco è altissima. Non si tratta solo di stabilire se sia lecito concedere "un teatro" ai bagordi più o meno contenuti della notte di Capodanno, con annesso luculliano cenone. Qui si tratta del Massimo di Palermo. Si tratta di stabilire il significato di un simbolo, il suo rapporto con la nostra idea di cittadinanza, di identità. Si tratta di delimitare il perimetro degli usi, secondo quell'idea. Non solo un problema di tende da portare, eventualmente, in lavanderia. E' una questione che va più a fondo e riguarda il senso stesso di una città e della sua bellezza. Interessa ancora a qualcuno?