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L'archivio segreto di Falcone


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(DI SALVO PALAZZOLO da www.repubblica.it) Il testimone racconta pure che il giudice utilizzava  una piccola scheda Ram, un'estensione di memoria, con il suo palmare Casio, il  minicomputer che qualcuno tentò di cancellare dopo l'esplosione di Capaci. E  neanche la scheda si è mai trovata. Forse, tra i floppy e la ram-card c'era il  diario segreto di Falcone, di cui hanno parlato alcuni suoi colleghi e la  giornalista Liana Milella, a cui il magistrato aveva consegnato due pagine di  appunti. Ora sappiamo per certo che qualcuno trafugò delle prove dall'ufficio  di Falcone al ministero della Giustizia.

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(DI SALVO PALAZZOLO da www.repubblica.it) Il testimone racconta pure che il giudice utilizzava  una piccola scheda Ram, un'estensione di memoria, con il suo palmare Casio, il  minicomputer che qualcuno tentò di cancellare dopo l'esplosione di Capaci. E  neanche la scheda si è mai trovata. Forse, tra i floppy e la ram-card c'era il  diario segreto di Falcone, di cui hanno parlato alcuni suoi colleghi e la  giornalista Liana Milella, a cui il magistrato aveva consegnato due pagine di  appunti. Ora sappiamo per certo che qualcuno trafugò delle prove dall'ufficio  di Falcone al ministero della Giustizia.
Ha il volto stanco l'uomo che parla  per la prima volta di Falcone e della sua fissazione per i computer. È Giovanni Paparcuri, ha 53 anni, è l'autista sopravvissuto alla strage del giudice  Chinnici che Falcone e Borsellino vollero accanto, nel 1985, per informatizzare  il maxiprocesso: «Ho resistito al tritolo della mafia - racconta - poi, per  anni sono rimasto rinchiuso nel bunker del pool per microfilmare le sei milioni  di pagine del primo processo a Cosa nostra. Successivamente, ho creato una  banca dati sulle cosche, sistematizzando le dichiarazioni dei pentiti. Ora ho  deciso di andare in pensione perché da qualche anno ormai sembra che il mio  lavoro non interessi più il ministero della Giustizia, che preferisce pagare  profumatamente alcune ditte esterne per gestire la banca dati dell'antimafia».
Paparcuri è amareggiato: «Mi mandano in pensione, il 31 dicembre, con la qualifica di commesso». Nessuno dei magistrati che nel tempo si sono occupati delle indagini per la strage di Capaci ha mai chiamato Paparcuri a testimoniare. Anche lui si stupisce. Eppure, il racconto di uno dei più stretti  collaboratori di Falcone e Borsellino si sarebbe potuto rivelare  importantissimo per l'avvio dell'inchiesta, quando i consulenti dei pm, Genchi  e Petrini, segnalarono alcune manomissioni nei file di Falcone. Nella stanza  di Paparcuri c'è aria di smobilitazione. Ma i magistrati della Direzione  antimafia cercano ancora il commesso-esperto informatico per una verifica  dentro la banca dati. «Ho preso la mia decisione - dice lui - l'amministrazione  della giustizia mi ha deluso. Continuo ad attendere il risarcimento per quello  che ho subito nel 1983».
Adesso, Paparcuri sta dando le ultime consegne ai  colleghi più giovani, perché la banca dati non si fermi neanche un istante. Ma  sarà un'altra cosa senza il suo ideatore, che a lungo è stato il custode di un  pezzo di memoria di Giovanni Falcone. Paparcuri stringe fra le mani i libri che  il magistrato gli regalò prima di partire per Roma. «Tre anni fa - racconta -  sono tornato a sfogliarli e ho trovato un biglietto della dottoressa Morvillo.  Diceva: "Giovanni amore mio, sei la cosa più bella della mia vita. Sarai sempre  dentro di me così come io spero di rimanere viva nel tuo cuore". Firmato:  Francesca». Paparcuri guarda fisso quel cartoncino: «Un giorno il giudice  Falcone mi disse che dovevo andare in un noto negozio di elettronica, a trovare  un suo amico fidato, per potenziare il databank Casio. Io, naturalmente, non so  cosa ci fosse dentro i suoi computer - spiega Paparcuri - però so per certo che  su quei cento dischetti ho scritto io le etichette. In quei cento dischetti  c'era l'archivio di Giovanni Falcone».