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Il degrado delle prigioni siciliane

Quali feste per i carcerati?


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L'avvocato Lino Buscemi è un uomo sensibile. E' una colonna dell'ufficio del garante regionale per i diritti dei detenuti che sta svolgendo - grazie all'impulso del garante, Salvo Fleres - uno splendido lavoro. Ci pare opportuna questa sua riflessione che volentieri pubblichiamo.

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, Cronaca
Non è necessario essere ferventi praticanti di un credo religioso, per rivolgere non sporadicamente, in questi giorni di sfrenato consumismo, la propria concreta attenzione e solidarietà agli “ultimi”, ossia agli indigenti (in Sicilia, alla faccia degli ottimisti, sono molto di più di quanto si creda), agli ammalati e agli oltre 7.600 detenuti nella 30 affollatissime carceri  dell’Isola.
Ai primi è indispensabile far avere subito cibo e vestiario, mentre le pubbliche amministrazioni, smettendola di spendere fior di quattrini per regali e addobbi natalizi di dubbio gusto, dovrebbero destinare più risorse all’assistenza e alla solidarietà sociale. Per i degenti negli ospedali, cui non dovrebbero essere lesinate visite, si auspica sinceramente una sanità moderna e più efficiente capace di assicurare cure di qualità e servizi rispettosi della dignità degli essere umani.
Un discorso a parte meritano le persone limitate nella libertà personale, giacchè, non solo nella nostra Regione, il sovraffollamento penitenziario ha raggiunto livelli intollerabili tali da indurre lo stesso Ministro della Giustizia Alfano a dichiarare, papale papale, che “le carceri italiane sono fuori dalla Costituzione”. Ed esattamente fuori da quell’art. 27 che così recita: “ le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
I detenuti, soprattutto in almeno 8 penitenziari siciliani, vivono una condizione non facile sicchè parlare di “umanità” e di “rieducazione” è pura mistificazione (vedesi rapporto del Garante diritti dei detenuti per la Sicilia alla Commissione Europea contro la tortura. www.garantedirittidetenutisicilia.it).
E’ fin troppo ovvio affermare che lo stato democratico ha il dovere di punire i cittadini che commettono reati, ma non lo è altrettanto quando si arroga il diritto di torturali, sia in termini fisici che psichici. Il sovraffollamento è una tortura? Provate a chiederlo a chi vive in una cella angusta e lurida, gomito a gomito con altri dieci individui in spazi che potrebbero al massimo contenerne 4 o 5. E anche una tortura vivere in una cella con il w.c. alla “turca” (spesso il “buco” di scarico è ostruito da una bottiglia di vetro per impedire ai topi o agli scarafaggi di fare visite notturne!), senza doccia, umida e con i vetri rotti, con scarse possibilità di potere ricavare un minimo di intimità per il soddisfacimento delle ineludibili funzioni corporali. Come  definire le “condizioni di vita” nelle carceri , ad esempio, dell’Ucciardone di Palermo, di Piazza Lanza a Catania, di Favignana, Marsala o Mistretta (basta leggere per quest’ultimo carcere la significativa relazione del Procuratore generale della Repubblica di Messina, Dott. Antonio Cassata, pubblicata nel marzo del 2009),  se non inumane e degradanti? Persino le docce (dove spesso , in inverno, scorre  acqua solo fredda) sono allocate in locali lontani dalle celle che per raggiungerli bisogna attraversare nudi i corridoi o le terrazze all’aperto. Le risorse, inoltre, per realizzare programmi per la “rieducazione” del condannato o per il lavoro in carcere sono scarsissime e, comunque, non adeguate per dare effettiva attuazione all’art. 27 della Costituzione. Si fa quello che si può, in maniera disorganica e discontinua, con l’aiuto del personale di polizia penitenziaria, con i direttori più sensibili e con la sparuta pattuglia di educatori, psicologi e volontari. La stessa sanità penitenziaria, già a carico dello Stato e devoluta, da quest’anno, alle Regioni, rischia, se non si corre subito ai ripari, di essere interrotta con grave nocumento per la salute dei detenuti, la salubrità delle carceri e la sicurezza delle medesime.
Alle corte: lo stato in cui versano le carceri in Sicilia (ma il discorso cambia poco nel resto del Paese: basta leggere i giornali) non è per nulla accettabile. La stragrande maggioranza dei detenuti è in attesa di giudizio (soprattutto extracomunitari), per reati, in prevalenza, c.d. comuni e non di grave allarme sociale. Ogni detenuto costa allo Stato non meno di 350 euro al giorno, per ricevere, spesso, un trattamento inumano e degradante.
All’orizzonte non si intravvedono né atti di clemenza (come auspicato già da Giovanni Paolo II) né ricorso massiccio alle misure alternative al carcere (arresti domiciliari, affidamento ai servizi sociali, semilibertà, ecc.., peraltro di competenza dei Tribunali di sorveglianza), né tantomeno l’apertura di nuove carceri ultimate (malgrado i buoni propositi più volte annunciati) né il ricorso alla liberazione anticipata (consiste in una riduzione della pena pari a 45 giorni, per ogni sei mesi di pena espiata dal detenuto che ha tenuto, però, regolare condotta ed ha anche partecipato alle attività trattamentali). Non sembra, al momento, muoversi nulla che faccia presagire qualcosa di positivo. In Parlamento e nei Palazzi che contano, malgrado le ripetute grida d’allarme dei garanti dei diritti dei detenuti, regna il silenzio.
Eppure le carceri esplodono e cominciano ad esserci problemi di sicurezza dentro di esse, come alcuni casi eclatanti recenti hanno abbondantemente dimostrato. A pagarne il conto sono i “poveracci”, i più deboli, che privi di adeguata assistenza legale pagano, per reati non gravi, il loro debito alla giustizia tutto per intero in condizioni pietose e di degrado.
La stessa cosa, sembra, non accadere per i “potenti”, che sanno come evitare il carcere e persino per i mafiosi che pur essendo sottoposti all’incostituzionale regime del “41 bis” (articolo dell’ordinamento penitenziario che prevede misure ad personam particolarmente severe di detenzione) dispongono, però, normalmente di celle pulite, arredate, con wc moderni e docce.
Fare emergere nella sua crudezza quello che per ora appare “invisibile” aiuta non poco a sconfiggere la malagiustizia che costringe, intanto, i più “indifesi” ad abitare carceri dove sono calpestati la dignità dell’uomo e diritti fondamentali. Come se si trattasse di vere e proprie discariche sociali e non di luoghi preposti alla rieducazione e al reinserimento nella vita sociale.
 Lino Buscemi