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L'inFelice, da "I Love sicilia" in edicola

Il matto, il Pentito e il Cavaliere


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I Love Sicilia, I Love Sicilia, L'infelice
Nella faccia insanguinata di Silvio Berlusconi si specchia lo scarso grado di civiltà della vicenda politica italiana non solo per il voltastomaco provocato dallo sconsiderato lanciatore della statuetta sul naso del premier, ma soprattutto per l’immediato seguito registrato su facebook con migliaia e migliaia di fans pronti a plaudire al folle attentatore da dieci anni in cura psichiatrica. Certo, note e versi su questo mondo di pazzi sono il cuore di una canzone famosa, ma qui il guasto appare più ampio e non può essere curato con antidepressivi o psicofarmaci. Né esistono iniezioni o flebo di civiltà istituzionale. Le ragioni del conflitto d’altronde sono variegate, le responsabilità diffuse e non mancano quelle interne allo stesso governo per sconvolgere l’assetto costituzionale con leggi fotografia, come accusano quanti gioiscono ai verdetti della Consulta. Insomma un cocktail perfetto per quel disorientamento all’interno del quale il pazzo può farsi spazio. E all’interno del quale il pazzo può trovare diffusi compiacimenti, invece di critiche senza se e senza ma.

E questo è l’ultimo dei gravi effetti provocati da quel conflitto con tifo da stadio che porta tanta, troppa gente a gongolare, perché in fondo Silvio “se le va a cercare”. Un conflitto che, comunque, ha attutito le capacità critiche e autocritiche di un po’ tutti in questo Paese. Una Paese arrivato all’epilogo del lanciatore folle il 13 dicembre, dopo due settimane di confuso inferno giornalistico-giudiziario. Un riferimento diretto il mio all’appendice dei veleni siciliani proiettati sulla politica nazionale. Se non altro perché quella statuetta è volata sul naso del premier appena sceso dal palco di Milano dove aveva esaltato la sua “antimafia dei fatti” contro quella delle calunnie.

Ovviamente, libero ognuno di pensare quel che vuole e prendere tutte le distanze dall’imprenditore o dal leader politico con tanti scheletri nell’armadio, stando a un’opposizione litigiosa ma spesso cementata solo dall’antiberlusconismo.

Qui preferisco concentrarmi su tutti i dubbi che una parte di quell’opposizione non si è assolutamente posta quando è partito il cantagiro di Gaspare Spatuzza, il neo-pentito ascoltato al processo Dell’Utri, a Torino, poi virtualmente smentito a metà da uno dei fratelli Graviano mentre l’altro ha preferito tacere rinviando una eventuale testimonianza e lasciando così appeso a un filo non solo accusa e difesa, ma politica e istituzioni.

Straordinario e devastante effetto di una lotta alla mafia che finisce per delegare a un assassino o a uno stragista, a un boss o a un padrino la notifica dei bolli di inquinamento politico-mafioso. Perché, grazie all’eco di tigì, siti e prime pagine, quei bolli vengono subito legati alle parole di chi delinque, anziché alla documentata elencazione di prove visibili e riscontri certi trovati da inquirenti e pubblica accusa. Come imporrebbe la regola base di uno Stato di diritto.

I denigratori dicono che i giudici portano in giro per l’Italia Santa Spatuzza con l’obiettivo di una mazzata finale sulla Berlusconi story. Scettico su queste critiche e indisponibile a seguire la scia di chi addossa i mali d’Italia a un presunto “partito dei giudici”, come quarant’anni fa si faceva con i sindacati, qui mi soffermo però su un elemento che inquieta. Perché, lasciando perdere la pur acida ironia sulla santificazione di un criminale con quaranta omicidi alle spalle, resta sgradevole nella processione giudiziaria avviata fra Palermo e Torino, Caltanissetta, Firenze e Milano la posizione di tanti commentatori in toga o senza toga, pronti a trionfare in Tv con commenti soddisfatti invece di chiedere scusa per gli errori compiuti, per non avere capito un tubo di quanto accadeva.

A parte i cronisti che spesso si trasformano solo in altoparlanti delle loro fonti, determinati nel pontificare senza mai ammettere bufale e sbandate, si può o non si può essere profondamente delusi dal lavoro di un elefantiaco apparato antimafia che 17 anni dopo le grandi stragi di Capaci e via D’Amelio ci fa tornare indietro di casella, a quella di partenza, come in un tragico gioco dell’oca, come se non si fossero mai fatte indagini e processi?

Quel che stupisce della Spatuzza story, ferma restando la massima attenzione su informazioni preziose che potrebbero arrivare da un pentimento finora dubbio nelle radici e nelle motivazioni, è il sereno distacco di una somma di procuratori, loro sostituti e giudici che scambiano uno Scarantino con uno Spatuzza come fossero tessere di un puzzle da ricomporre via via, negli anni, nei decenni, dicendo e contraddicendo, alla faccia dei processi dagli stessi istruiti e seguiti all’interno di procure, tribunali e loro correnti politico-giudiziarie lasciando andare la barca verso sentenze passate in giudicato, adesso improvvisamente claudicant

Non solo, ma gli stessi magistrati, fatta eccezione per un dubbio del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, non si sono meravigliati del fatto che il Nuovo Pentito abbia potuto irrompere a Torino con una internazionale gran cassa mediatico giudiziaria, ancor prima di un attento riscontro delle affermazioni. E non credo che basti ripetere che nel nostro sistema la prova si forma in dibattimento.

È un’altra causa della caduta di considerazione del sistema giustizia, lo stesso fiaccato da leggi e lodi azzoppati dalla Consulta. Una forbice che accentua il conflitto e cancella la ragione. Ma per fare trionfare quest’ultima un po’ tutti forse dovrebbero fare un passo indietro. E verrebbe voglia di chiederlo anche ai magistrati che delle stesse tragiche storie si occupano da anni, a volte sbagliando pentito, a volte aggrappati alle loro tesi in passato non provate, magari archiviate. Potrebbe essere un modo per invitare chi ha sbagliato a santificare uno Scarantino a passare la mano per eventuali nuovi processi di beatificazione. Un passo indietro. Come bisognerebbe fare con il lanciatore folle e i fans di facebook. Giusto per non tradurre questa insidiosa vicenda in un’altra beatificazione, quella del povero Silvio.