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Parla Paolo Ferrara, l'ex sindaco di Porto Empedocle

"Così mi sono rovinato
nelle mani degli usurai"


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Paolo Ferrara è un uomo interrotto da un dolore, lungo quanto gli anni in cui è stato vittima degli strozzini. Della rete di carnefici smagliata ieri ad Agrigento con blitz e arresti. Ha quarantacinque anni e la voce stanca, dalla quale, però, rinasce  l'entusiasmo di chi desidera lasciarsi alle spalle un intero libro per cominciare a scriverne uno nuovo. Si è ritrovato nel girone infernale chiamato usura, un cerchio prima largo, ma che poi ha iniziato a stringersi intorno alla vita dell’ex sindaco di Porto Empedocle, fino a togliergli il respiro. “Si comincia per gioco – ci racconta Ferrara. All’inizio tutto sembra facile, gli usurai hanno le facce buone di chi desidera aiutarti, di chi vuole stare dalla tua parte. Ti accolgono come se tu fossi un caro amico di sempre ma poi comincia il dramma”.

Facciamo un passo indietro, perché si è rivolto agli strozzini?
“Era il 2004 e per ragioni politiche e difficoltà ad amministrare mi ero dimesso dalla carica di sindaco di Porto Empedocle. Ero in aspettativa dal lavoro e non vivevo una situazione economicamente facile. Allo stesso tempo, però, non volevo abbandonare la mia passione per la politica. Pensai di rimettermi in gioco, e il traguardo ambizioso era la candidatura alle politiche del 2006. Mi misi in corsa, da indipendente, con una lista socialista (Ferrara ha militato per anni in partiti di ispirazione democratico cristiana). Ero molto motivato, pensavo davvero di potercela fare. Per fare una buona campagna, però, erano necessari tanti soldi. Anche quello fu uno dei motivi che mi incoraggiò a rivolgermi agli usurai”.

E poi cosa accadde?
“Cominciai con un prestito di poche decine di migliaia di euro, pensando di poter ripagare tutto con facilità. Ma nell’inferno dell’usura ogni giorno di ritardo corrisponde a una condanna a morte”.

Ci parli dei tassi di interesse.
“Si comincia con tassi che non fanno poi tanta paura. Ci si siede e a tavolino e si fanno gli accordi. Inizialmente mi parlarono del 10% del 15%. Ma poi le cose sono cambiate. Più loro mi vedevano in difficoltà e più alzavano il tiro, fino ad arrivare a percentuali impensabili, che non ricordo neppure (n.d.r ieri in conferenza stampa il procuratore Renato Di Natale ha parlato, in merito alla vicenda, di tassi che hanno sfiorato il 545%). Arrivai alla disperazione. A Porto Empedocle sono molto conosciuto, per via della mia lunga attività politica. Finiva, quindi, che per strada sorridevo, ma tornato a casa mi ritrovavo solo e disperato”.

La sua famiglia era a conoscenza di quanto stava vivendo?
“Devo dire che ne sono uscito fuori grazie al supporto dei miei genitori. Lo snodo avvenne quando decisi di mettere in vendita il mio garage. Dovevo cederlo a due dei miei strozzini, perché i ricatti erano diventati pressanti. Per me significava rinunciare a un pezzo di vita, lì c’erano i motorini dei miei figli, i bauli dei ricordi, la mia automobile. I miei capirono che dietro questa scelta dovevano esserci motivi più gravi. Mi confidai con loro e da quel momento non mi sentii più solo”.

Lei parla di ricatti. Cosa è successo di preciso?
“Più ero pressato dai debiti e più gli strozzini mi minacciavano. Tante minacce, che mi stavano togliendo la voglia di tutto. Le più pesanti in un sms, in cui mi fecero intendere che poteva capitarmi qualcosa di drammatico e poi una telefonata, in cui mi dissero che avrebbero messo in vendita il mio garage (n.d.r., dopo aver ceduto il garage a due dei suoi presunti estortori, pagava a questi un affitto di 200 euro mensili, per continuare a utilizzare l’immobile), che io stavo impegnandomi a riacquistare”.

A un certo punto è iniziata la collaborazione con la giustizia?
“Si, nell’ottobre 2008, dopo le mie tante denunce per le minacce, che subivo, gli inquirenti hanno aperto un’inchiesta. Da quel momento la mia vita è cambiata. Non mi sono più sentito solo. Mai per un attimo, né la polizia, né la magistratura mi hanno fatto mancare il loro sostegno e l’incoraggiamento”.

Dalle carte, relative alla sua vicenda, viene fuori che lei ha ceduto agli strozzini diverse centinaia di migliaia di euro. Ma lei, che vive in un comune ad alta densità mafiosa, ha verificato – nelle modalità dei ricatti – un nesso tra l’usura del posto e la mafia?
“Io credo che il collegamento ci sia assolutamente. Del resto dove si muovono grandi capitali, nell’agrigentino, non può non esserci lo zampino della mafia”.

Adesso lei è tornato a lavorare in banca, vive una condizione sentimentale serena  - durante l’intervista gli rimane di fianco, per tutto il tempo, la sua compagna - ha visto i suoi estortori in carcere. Come intende proseguire la rinascita?
“Desidero farmi portavoce di quanti subiscono l’usura. Voglio incoraggiare chi, come me, si è ritrovato vittima degli strozzini. Il mondo dei cravattari è un inferno, da cui non sempre si esce vivi. Per questo voglio sensibilizzare alla denuncia e alla fiducia nello Stato. Certo la paura rimane. Sono stato un sindaco sotto scorta (ndr a Ferrara, nel periodo della sindacatura, fu attribuita la tutela, perché aveva ricevuto, negli anni, diversi atti intimidatori), ora sono un normale cittadino che ha denunciato e che potrebbe vedere i suoi strozzini uscire dal carcere da qui a pochi mesi. Spero che lo Stato mi tuteli”.

Tornerà a fare politica?
“La politica è sempre stata la mia passione, direi la mia missione di vita. Ma forse tutto quanto è accaduto è stato anche a causa, indiretta, della politica. Per questo per adesso mi limito a seguirla, la politica, ad amarla, ma resto al mio posto. Penso a me, alle persone che amo e a ricominciare, puntando tutto sulla speranza".