Live Sicilia

Scrive l'assessore alla Sanità

"Io, onesto uomo d'onore
che vuole cambiare la Sicilia"


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L'assessore alla Sanità Massimo Russo ha pubblicato su medidearewiew.it un articolo in cui riassume il senso delle sue scelte e racconta il suo percorso umano e professionale da assessore. Li riprendiamo volentieri, certi che darà un impulso alla discussione generale sulla Sicilia e sulle riforme.

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, Cronaca
(tratto da www.medidearewiew.it) Credibilità. Legalità. Due parole chiave della mia vita spesa al  servizio delle istituzioni e del rispetto delle regole. Due parole chiave, adesso, del mio mandato di assessore regionale per la Sanità  della Regione siciliana, che hanno permeato profondamente tutta  l'attività politico-amministrativa diretta a perseguire il bene comune,  a realizzare l'interesse generale. Un impegno sostenuto non da  quell'orgoglio meridionale, spesso sterile e privo di contenuti, ma dalla perfetta consapevolezza di dovere riaffermare, nel quotidiano  esercizio delle funzioni pubbliche, la dignità di un popolo spesso  tradito dai fatti e dalla storia, che ha grandi risorse umane, culturali  e intellettuali che quasi mai riescono a emergere in tutta la loro potenzialità, se non al di là di determinate latitudini.
Inutile girarci intorno. Sono uno di quei siciliani che si arrabbia di fronte ai luoghi comuni, talvolta beceri, secondo cui il Sud Italia è terra di malaffare, di disoccupazione, di sprechi, di incapacità produttiva e di disorganizzazione ma che si mortifica sapendo bene che la "ragione" conferma che troppo spesso, purtroppo, è tutto vero, anche se l'istinto e l'amor proprio tendono a negarlo. Per anni ho combattuto la mafia in prima linea, rischiando di persona, sacrificando pezzi di vita per perseguire risultati di giustizia. Ho lottato contro i mafiosi ma anche contro quel pregiudizio culturale che spesso in Sicilia, e non solo in Sicilia, non ha contorni, non ha nome e cognome, e si manifesta sotto forma di fredda indifferenza nei confronti di coloro che lavorano per il rispetto delle regole nelle quali c'è, o dovrebbe esserci, la sintesi del bene comune. Mi reputo un "uomo d'onore" perché ho sempre cercato di assolvere ai doveri pubblici che mi sono stati affidati con dignità e onore come vuole la Costituzione italiana in una terra, la Sicilia, in cui la mafia ci ha "rubato" perfino il valore delle parole e dei concetti. Quando il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, mi propose l'incarico di assessore per la Sanità si è aperta una nuova sfida da affrontare con lo stesso slancio dei miei vent'anni in magistratura: c'era la possibilità di misurarmi in un altro ramo della società civile, provare a dare un contributo al cambiamento del sistema. Bisognava "sporcarsi le mani" in un sistema politico-amministrativo  pesantemente inquinato non soltanto dalla criminalità e dal malaffare ma da tanti cosiddetti politici che, al di là delle apparenze, disprezzano in realtà la loro terra e la loro comunità perseguendo, in una sorta di moderno feudalesimo, soltanto i loro interessi, spesso piccoli, ancor più spesso piccolissimi ma che purtroppo hanno finito per prevalere quasi sempre sull'interesse generale.
Lombardo mi disse: «Carta bianca, risani il deficit, riqualifichi il sistema, non guardi in faccia a nessuno». Un invito a nozze, dissi subito di sì. C'era la possibilità di dimostrare che la politica era un'altra cosa, che le cose si possono cambiare se davvero si vuole. Di sanità sapevo quello che sa un comune cittadino ma non serviva la competenza tecnica specifica, quella la si poteva ottenere coinvolgendo le persone giuste con le giuste esperienze. Dovevo puntare sul metodo: dare delle regole, rispettarle e farle rispettare. Ma non bastava la legalità come tecnica, bisognava declinare la legalità come valore. Questo metodo, per nulla nuovo, doveva riaffermare che il sistema sanitario serve a soddisfare i bisogni di salute dei cittadini. E soltanto quelli.
Il primo impatto fu davanti al "tavolo ministeriale", dinanzi al quale dovevano rendere conto le "regioni canaglia", quelle come la Sicilia, sottoposte a Piano di rientro perché non in regola con i conti. Avevamo circa 900 milioni di euro di deficit, un sistema sanitario inefficiente, la spada di Damocle del commissariamento. Mi guardavano con diffidenza, dissi poche parole: «Datemi fiducia e il tempo necessario per operare nella direzione giusta, voglio onorare l'impegno che la Sicilia ha assunto con lo Stato». Un impegno straordinario, reso possibile anche da uno staff di collaboratori che ha remato giorno e notte in un'unica direzione. Volevo allontanare l'immagine della Sicilia con il cappello in mano che chiede a Roma prestiti e dilazioni. Volevo imporre l'immagine di una Sicilia, laboriosa, dignitosa, capace di rispettare gli accordi, che conosce i diritti e i doveri. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: in poco più di un anno deficit quasi azzerato, commissariamento evitato, varata una legge di riforma innovativa e strategica, ridisegnata la rete ospedaliera, diminuiti i tassi di inappropriatezza.
Al Parlamento siciliano, nel primo discorso ufficiale, lanciai lo slogan delle "quattro erre": regole, rigore, responsabilità, risultati. Anche lì mi guardarono con diffidenza: alcuni non credevano, altri non volevano. Un progetto semplice ma che apparve rivoluzionario, non soltanto per lo stravolgimento di certe abitudini e consuetudini che avevano portato la Sicilia a un passo dal baratro ma anche per quel voler sottolineare l'importanza del rispetto delle regole, il voler scardinare rendite di posizione, dare il giusto valore alla legalità e alla competenza piuttosto che all'appartenenza, ai meriti piuttosto che alle raccomandazioni, ai diritti piuttosto che ai favori. A un convegno a Milano "scoprii" quanti medici e infermieri siciliani lavoravano al Nord, fuggiti via per trovare un'opportunità di lavoro senza la necessità di dover chiedere qualcosa a qualcuno. Poi, uno sguardo ai conti per capire -- pensa un po' il paradosso -- che la Sicilia paga ben 250 milioni di euro all'anno per le prestazioni che i siciliani richiedono alle strutture sanitarie del Nord dove lavorano tanti siciliani. Un costo enorme, sociale prima ancora che economico. La dimostrazione tangibile di un sistema incapace di dare risposte e di meritare la fiducia dei cittadini.
Nel corso di una visita a una struttura ambulatoriale in Sicilia vidi di tutto: muri fatiscenti, vernice scrostata, umidità, letti arrugginiti, materassi sfondati, condizioni igienico-sanitarie carenti, attrezzature obsolete. Capii allora quanto poteva essere lunga e tortuosa la strada da percorrere per completare una rivoluzione soprattutto culturale. Chiesi al manager di dimettersi, il mese dopo l'ho sospeso dall'incarico. Mi domandai: ma è così difficile vestire i panni del cittadino, conservare la capacità di indignarsi di fronte a palesi ingiustizie, avere ben chiaro il concetto del bene comune?
Sono solo alcuni flash di un'avventura comunque esaltante proprio per la sua oggettiva difficoltà. Flash, soprattutto, che poco hanno a che vedere con la sanità in senso stretto ma che ben rappresentano quelle condizioni che hanno frenato il cammino della Sicilia e del Meridione. Eppure c'è, e l'ho toccata con mano, la stragrande maggioranza di operatori sanitari, medici e infermieri, che in silenzio e con coscienza fa fino in fondo il proprio dovere, nonostante la professionalità, lo slancio e la passione siano mortificate da un sistema inadeguato, diseconomico, poco trasparente e male organizzato. Il cammino delle riforme e del rigore amministrativo, fortemente voluto dal presidente della Regione, Lombardo, è ancora all'inizio. Pieno di insidie e di ostacoli. Osteggiato dall'interno e dall'esterno, da chi si ostina a non capire che siamo giunti a un punto di non ritorno, che non è possibile tirare ancora a campare, che non è più possibile coltivare il proprio orticello fatto di privilegi. E tanto è forte l'esigenza del cambiamento e del rinnovamento, tanto è forte la resistenza di chi si aggrappa allo /status quo/, al gattopardesco slogan del «cambiare tutto per non cambiare niente». Ed ecco rifiorire la maldicenza, la cultura del sospetto, del dire e non dire, il trionfo dell'accidia. Ostacoli perfidi sulla strada del risanamento e del rinnovamento che talvolta hanno la faccia dei politici, altre volte quella delle lobby affaristiche o della criminalità organizzata. Ostacoli allo sviluppo della Sicilia, alla voglia di riscatto, alla liberazione da antichi retaggi culturali. Ma cambiare si può. Anzi, si deve. In Sicilia come in tutto il Meridione. Qui da noi è già iniziato un cammino irreversibile verso un futuro costruito con le regole e con la buona politica. È questa la parte più esaltante della sfida, quella di contribuire a ridare alla politica il valore alto e nobile che le è proprio, di scegliere per servire la comunità, di assumersi le responsabilità. Io ci ho messo la faccia.