Live Sicilia

Intervista a Emanuele Macaluso

"La DC non volle rinnovarsi
Ma non fu la sola"


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Emanuele Macaluso, volto storico del PCI,  ha la voce serafica di chi ne ha di cose da raccontare. Mentre l'opinione pubblica nazionale è spaccata attorno alla figura di Bettino Craxi e in Sicilia l'assoluzione di Mannino ha aperto uno spiraglio all'ipotesi di una rilettura in chiave positiva della storia della DC siciliana.  Lo storico politico, sindacalista e giornalista nisseno si racconta a LiveSicilia.

Onorevole Macaluso, l'assoluzione di Mannino autorizza in qualche modo una rilettura in chiave positiva della storia della Dc siciliana?
“Quando Mannino venne arrestato, io sono stato il solo, o comunque uno dei pochissimi, a scrivere che l'accusa non reggeva e che quella storia sarebbe finita com'è in effetti finita. Ciò non toglie che Mannino abbia le sue responsabilità politiche: lui ha vissuto la storia della DC, i rapporti che il partito aveva con la criminalità organizzata. È come per la vicenda di Andreotti, non si trattava di una responsabilità individuale, ma di una questione politica sulla modalità con cui quel partito si è radicato nel territorio siciliano. Le dirò di più: proprio Mannino ha cercato di divincolare il partito da quegli intrecci, da quei legami”.

In che modo?
“Proprio nella Democrazia Cristiana di Agrigento misero alla porta Ciancimino, cercando di costruire una linea politica autonoma”.

Tornando alla questione Mannino, lei assolve l'uomo ma non il partito?
“Definire Mannino un referente politico della mafia è stato un errore. Lima e Ciancimino erano due organici alla mafia, per Mannino era diverso. L'assoluzione è stata giusta, ne sono convinto, anche se a quel punto aveva già pagato abbastanza”.

Lei ha conosciuto Mannino. Come lo ricorda?
“Figliola mia (sorride, ndr), io sono di una generazione diversa da quella di Mannino. Lui è arrivato alla ribalta quando io stavo già lasciando la Sicilia. La mia generazione è quella di Alessi, di Restivo. Però ricordo di Mannino che era un giovane democristiano più colto di altri, più sveglio degli altri ragazzi del partito, che voleva svecchiare la Dc di quella fase storica”.

Quindi secondo lei Mannino è stato vittima di un accanimento giudiziario?
“Su questo non c'è alcun dubbio. La cosa incredibile è che il procuratore in primo grado, il dottor Teresi, è stato procuratore anche nel secondo grado di giudizio. Per quanto la legge lo preveda, già da lì, secondo me, si vedeva che si era davanti a un 'accanimento terapeutico'. Anche l'appello alla sentenza della Cassazione... (sospira, ndr) dimostra che non c'è stata serenità. Mi dispiace dirlo perché nutro un profondo rispetto per la magistratura e la giustizia. Ma a dire che c'è stato accanimento su questa vicenda non sono soltanto io, è stata la Cassazione stessa a ritenere che quell'appello fosse improprio”.

Pensa che la storia della Prima Repubblica vada riletta?
“Non bisogna dimenticare che Berlusconi e le sue televisioni hanno detto cose atroci della Prima Repubblica, perché lui doveva apparire come il salvatore. Bisogna sicuramente guardare con sguardo critico a quella storia, ma quello che si è fatto con la Prima Repubblica è stato buttare l'acqua sporca con tutto il bambino. Mi spiego meglio, la responsabilità politica è dei partiti, che avrebbero dovuto farsi promotori di una battaglia per ripulirsi al loro interno. Il rinnovamento doveva partire dal Pci, dal Psi, dalla DC. Invece non hanno capito. Non hanno capito che dal 1989, dalla caduta del muro di Berlino, il mondo era cambiato, gli assetti politici erano cambiati, il vecchio sistema era morto. E gli elementi per capirlo c'erano tutti! Nel 1992, la Lega portò in Parlamento 80 rappresentanti. Cinque anni prima, nel 1987, io ero alla Camera, l'unico leghista era Umberto Bossi, di tanto in tanto prendeva parola, diceva quel che aveva da dire, noi sorridevamo... e basta. Ma i partiti avrebbero dovuto capire, avrebbero dovuto porre questioni come quella del bipolarismo. Avrebbero dovuto evolversi, creare una grande sinistra, una grande forza socialista, un grande partito di destra, cattolico, conservatore. Così come, intanto, succedeva in Inghilterra, in Francia, in Germania, in Spagna. Lì, su quel grosso errore, Berlusconi arrivò come su un'autostrada”.

Cosa pensa della riabilitazione di Bettino Craxi, operata dal presidente Napolitano?
“Riabilitazone è un termine un po' sovietico, il governo Craxi è stato uno dei migliori governi italiani. Attenzione, io allora ero il direttore de L'Unità, gli facevo opposizione. Ciò non toglie che in quel governo vi fosse un'altissima qualità politica: Scalfaro agli Interni, Visentini alle Finanze, Spadolini alla Difesa, Andreotti agli Esteri, Martinazzoli alla Giustizia. Quello che ha fatto Napolitano è stato ricordare, giustamente, che a Craxi vanno anche riconosciuti dei meriti politici. È stato un gesto importante, che ha restituito verità alla storia del Paese. Tornando al ragionamento che le illustravo prima, Craxi dall'89 in poi ha sbagliato tutto, è tornato a Palazzo Chigi, facendo di nuovo accordi con Forlani e Andreotti”.

A proposito di Andreotti... cosa ne pensa della sua sentenza?
“Io scrissi un libro su questo, “Andreotti tra lo Stato e la mafia”, poco dopo l'inizio del processo. Ero iscritto al Pds e fui fortemente criticato dai dirigenti del partito. Andreotti ha responsabilità politiche pesantissime, ma va iscritto nella storia della Democrazia Cristiana. In Sicilia, Lima e Ciancimino erano fanfaniani, successivamente Lima si spostò nella corrente andreottiana. Fanfani non ha mai pronunciato la parola mafia quando veniva in Sicilia. Furono loro ad assumere un sistema politico ben preciso. Quando Lima diventò andreottiano, Andreotti non aveva truppe in Sicilia ed ereditò quelle dello stesso Lima. Io cito spesso una frase di Giuseppe Alessi, il primo presidente della regione siciliana. Di lui non si poteva certo dire che fosse un colluso, eppure diceva “nel '48 dovevamo scegliere tra il comunismo e lo stare anche con la mafia”. Questa era la questione! Sulla sentenza, Andreotti in primo grado venne assolto. Quella d'appello è una sentenza tipicamente italiana, che spiega tante cose: Andreotti risulta colluso con la mafia fino a quando c'è una legge che manda il reato in prescrizione. Come sempre in Italia, si è trovata una via di mezzo. Andreotti legge la sentenza come una piena assoluzione. Caselli ancora s'incazza e dice che aveva ragione, il reato c'era, ma è caduto in prescrizione”.