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Palermo soffocata dal gazebo


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Non per rifare il verso a Johnny Stecchino ripetendo che il grosso  problema della Sicilia resta il traffico, ma risulta davvero  sconfortante questa Palermo ingessata e pasticciona quando si parla di parcheggi, mobilità, regole minime per rendere civile la vita di una  comunità che si ritrova a veder sbucare dal nulla una capanna dietro  l0altra, un gazebo dietro l'altro, non solo sui marciapiedi, ma proprio  sull'assetto stradale, anche riducendo della metà o addirittura di due  terzi le carreggiate. E finché si trattasse di restituire alla Palermo che fu quell'aria un  po' parigina dei caffè con i tavoli all'esterno e gli ombrelloni schiusi  per godersi il passeggio chiacchierando e sorseggiando un aperitivo  all'aperto potrebbe anche andar bene. Ma ormai mania vuole che ci si  tappi dentro massicce verande piazzate nel mezzo della strada, anche su  viuzze ridotte a niente come capita in via Petrarca con un bar e un pub,  l'uno di fronte all'altro, ognuno con la sua capanna. O come succede in  via Enrico Albanese con una garritta di alluminio anodizzato ben  visibile da chi passa in via Libertà e procede verso lo scempio di via  Mazzini dove solo uno sciagurato può avere autorizzato la costruzione di
una buia sala banchetti per trasformare l'area, fino a qualche mese fa occupata da tavoli e ombrelloni al sole del bar Aluja, in un antro con copertura fissa, pilastri in legno come volgari zampe affossate  nell'asfalto per reggere una quinta destinata a a far muro per  l'edicola, le panchine della zona pedonale e gli ombrelloni dell'altro  bar all'angolo con via La Lumia, il vecchio Di Martino. Ecco come volgono al peggio tratti di quegli eleganti Champs Elysée di  casa nostra dove avevamo dovuto rinunciare ad angoli di un tempo fermato  solo da foto ingiallite. Come la vista dei tavoli del vecchio Caflish  poi diventato Cafè Nobel, all'incrocio con via Archimede. Ovvero come  l'altro lungo capannone issato trent'anni fa con mille polemiche non  sulla strada, ma sul marciapiede per ospitare il Roney, il bar che tanto  piaceva, ormai sostituito da un paio di negozi, come se fosse naturale  per la città tenersi l'abuso, forse giustificabile allora per la destinazione, per la sala da tè, non oggi. Piccoli grandi sfregi di una città in cui ci si allarma davanti allo  spettro delle isole pedonali e resta chiuso il megaparcheggio del  palazzo di giustizia virtualmente inaugurato dal sindaco in agosto.
Cinque mesi di inerzia perché, settimana dopo settimana, dicono che  mancano i visti dei vigili del fuoco. Mentre magistrati e dirigenti  continuano a parcheggiare fra vecchio e nuovo palazzo di giustizia  sfregiando Piazza della Memoria perché metà dell'altro parcheggio  sotterraneo, costruito già da cinque anni, non avrebbe le necessarie autorizzazioni e risulterebbe perfino pericoloso. Alla faccia della  giustizia.
Sotto, si consacra così l'idiozia dell'ingegneria o della  malamministazione. E, sopra, trionfa l'orrore di strade che sembrano il  Far West, terra di nessuno dove ognuno fa quel che gli pare. Alle auto  in doppia e terza fila siamo abituati. D'altronde, è norma quotidiana  che in via Balsamo perfino i pullmann di linea sostino su tre file come  se una strada potesse diventare la stazione delle corriere, impegnando i  passeggeri con bagagli a gimcane fra il bus di Salemi o quello di  Agrigento, di Catania o Trapani.
Ma risultano insopportabili la beffa delle inaugurazioni fasulle o  vedere diminuire finalmente le capanne a Mondello, mentre ci si vendica  subito piazzando capannoni per strada. E si potrebbe magari capire se lo  facessero in piazze ariose o nelle sparute zone pedonali. Pur risultando  un pugno in faccia, si potrebbe pure chiudere un occhio (pesto) per  l'altra sala banchetti tirata su all'angolo fra via Duca della Verdura e  via Libertà, di fronte all'ingresso del Giardino Inglese, dove si sono  mangiati un pezzo della villetta per agevolare il business del vecchio  chioscho trasformato in gelateria. Ma non basta. No, ognuno vuole la sua  garritta anche in via XII Gennaio, in via Torrearsa e strade limitrofe, ovvero nella striminizita via Nunzio Morello dove gli autisti del bus  s'arrestano all'angolo con via Ariosto, come succede poco prima sulla  stessa linea, all?angolo fra via Sammartino e via Costantino Nigra, dove  i titolari del pub hanno piantato un cartello gigante per scoraggiare il  parcheggio e agevolare i bus frenati da avventori, auto e gazebo in un  caos quotidiano.
L'anno scorso qualcuno s'è indignato per il pasticcio della casa di  Babbo Natale al centro di Piazza Politeama. Ma quella era roba di  quindici giorni, mentre qui le capanne mettono radici e si moltiplicano,  come se davvero fosse necessario bere una birra o un Martini in mezzo a  strade intasate di gas e non fra tavoli ariosi, stesi magari sui  controviali dei nostri Champs Elysée liberati dalle auto, al sole, senza  tetti plastificati, al più con caldi funghi sotto gli ombrelloni e, se volete, con la copertina offerta dai bar, come succede perfino a Brera,  nella calda, caldissima Milano.