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La deposizione di ieri

Don Vito, il papello e Milano 2


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, Cronaca
Ci sono vent’anni di mafia e politica nelle parole di Massimo Ciancimio che ieri ha deposto nel processo al prefetto Mario Mori e al colonnello dell’Arma, Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per essersi lasciti sfuggire Bernardo Provenzano nell’ottobre 1995. Letta la formula di rito è stata ricostruita, attraverso le domande del pm Nino Di Matteo, quasi vent’anni di vita vissuta da Massimo Ciancimino al fianco del padre.

Era lui, infatti, il “sacrificabile” dei cinque figli, l’unico che non avesse intrapreso studi universitari. A partire dal 1984, infatti, Ciancimino jr darà assistenza a don Vito col quale condividerà un appartamento a Roma, vicino piazza di Spagna. Ma la storia ha radici negli anni ’70, quando Massimo era un ragazzino, e ricorda gli incontri fra il padre e l’ingegnere Lo Verde. Quando col finire degli anni ’70, sfogliando la rivista “Epoca”, il giovane Ciancimino vede un primo identikit di Bernardo Provenzano, comincia a capire di chi si tratta, capisce che Lo Verde e Binnu sono la stessa persona. “Ho letto l’articolo – dice Ciancimino - a fine della seduta dal barbiere e stavamo andando a casa chiedo a mio padre ‘ho visto l’identikit di uno dei due corleonese’. Capii che era vero dalla risposta di mio padre che mi disse: ‘stai attento, da queste situazioni non ti posso salvare neanche io’”.

Massimo Ciancimino racconta anche le manie del padre. Il fatto di passare quasi la totalità della giornata nella camera da letto, dove c’erano linee telefoniche riservate. Una per i politici più vicini, una per l’ingegner Lo Verde (alias Provenzano) e una per il “signor Franco o Carlo”, un’ombra che passa attraverso tutta la storia di Ciancimino, l'ombra dei servizi. Sin dalla fine degli anni ’70 per finire con l’ultimo incontro, al funerale di Don Vito nel 2002. “Mi avvicinò e mi passò una lettera con le condoglianze del signor Lo Verde, personali, nei miei confronti e per mia madre” ha detto in aula. E di recente, il signor Franco avrebbe andato un suo emissario, un uomo dei servizi,  da Massimo Ciancimino per fargli sapere che “la strada che stavo percorrendo… se ero così ‘testa di minchia’ da non aver capito che non davo valore alla mia esistenza e alle eventuali conseguenze ad esponenti della mia famiglia”.
 
Un personaggio, il signor Franco, che passa attraverso anche i misteri d’Italia, come la strage di Ustica e il sequestro Moro. La caduta dell’aereo il 27 giugno 1980, avvenuta per una casualità secondo quanto Don Vito avrebbe confidato al figlio, doveva essere insabbiata per non compromettere gli affari in Sicilia con le basi militari americane. Così come, pur sapendo dove fosse collocato il covo dove era tenuto prigioniero il presidente della Dc, Aldo Moro, nel 1978, si doveva mantenere segreta la notizia. Massimo Ciancimino, che ha 46 anni, tutte queste notizie le sa dal padre. Fra il 1999 e il 2002, infatti, il rapporto fra i due cambia. Massimo si assume la responsabilità davanti agli assistenti sociali per lasciare che il padre sconti gli arresti domiciliari e “per intento editoriale” comincia il racconto dell’esistenza di Don Vito. “Cosa l’aveva indotto alle sue scelte, il malessere dei figli con tutto quello che avevamo subito... Avviene questa apertura totale” racconta Ciancimino jr. E negli stessi anni, Provenzano continua a frequentare il vecchio compaesano. “Mio padre disse che era lui un pericolo per Provenzano, non al contrario – specifica -Provenzano era garantito da un accordo che poteva girare per Roma senza problemi. ‘Che vadano dietro a Provenzano era impossibile’”.

Un altro momento fondamentale raccontato da Ciancimino jr è rappresentato dal post-omicidio Lima. Erano tutti spaventati e Don Vito, incontratosi con Provenzano, aveva saputo che la sua vita non era in pericolo ma che era cambiata la strategia, doveva fare sapere agli altri politici che questa era la fine di chi non rispettava gli accordi. Si aprivano nuovi rapporti e si chiudevano quelli vecchi. “Erano cambiati i referenti di Riina, questi erano compiacenti, anzi, avrebbero appoggiato la linea. C’erano cambiamenti… per mio padre erano discorsi folli, però mi ricordo la sua frase ‘c’è qualcuno che gli sta riempiendo la testa di minchiate’. Avevano detto che la politica dovevano essere loro, gli imprenditori dovevano essere loro… avevano i numeri per fare il salto di qualità, entrare strutturalmente delle grandi imprese.

Ma gli affari, Don Vito, li aveva già fatti. Ciancimino jr parla del ruolo della famiglia Buscemi e di Franco Bonura che erano persone di fiducia di Don Vito e prestanome nelle speculazioni edilizie che avrebbero riguardato anche Milano, nella costruzione della periferia che sarà poi denominata Milano Due. Un affare che non convinceva tanto l’ex sindaco di Palermo, ma sul quale avrebbe comunque messo dei capitali. I Caltagirone e Ciarrapico avrebbero infatti suggerito l’investimento in Canada, visto che di lì a poco ci sarebbero state le olimpiadi. Così come parte del tesoro di Ciancimino è finito nel Gas. Un affare che ha reso 130 milioni di euro.

Ma Massimo Ciancimino non è solo estensore delle memorie del padre, lui stesso ha partecipato in prima persona nella trattativa che si è avviata subito dopo la strage di Capaci. Lui è stato il gancio attraverso il quale il capitano del Ros, Giuseppe De Donno, è riuscito a incontrare Don Vito. Questi, prima di far entrare un carabiniere in casa, aveva chiesto l’autorizzazione a Provenzano e al signor Carlo. Così Ciancimino jr fa da tramite con gli ufficiali dell’Arma. Parla di 3 o 4 incontri. In uno di questi, successivo al 29 giugno, Don Vito avrebbe dato il “papello” nelle mani di Mori. L’elenco delle richieste elaborato da Totò Riina e consegnato nelle mani del giovane Ciancimino da Antonino Cinà, medico e boss, davanti il bar Caflish di Mondello. Richieste inaccettabili per lo stesso Don Vito che, però, sarebbe stato convinto da Provenzano a trovare un punto di mediazione. Così ecco un secondo “papello”, elaborato dall’ex sindaco di Palermo.

Dopo quasi sette ore Massimo Ciancimino appare molto stanco e provato anche dalla tensione nervosa visibile sul volto. Il presidente della quarta sezione penale del tribunale di Palermo rinvia allora l’udienza a domani mattina. Il racconto si è fermato alla vigilia della strage di via D’Amelio. “Ne verrano fuori cose…” annuncia Ciancimino jr.