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Parla il medico dell'ultimo viaggio

"Nessuno resti da solo"


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salvatore crisafulli, Cronaca
“Non sono mai stato tanto attaccato alla vita”. Era la prima guerra mondiale e a scrivere il celeberrimo verso era Giuseppe Ungaretti, descrivendo la brutalità della morte del compagno al suo fianco, “con la bocca digrignata volta al plenilunio”. Dalla morte che avvicina alla vita, alla vita che accompagna verso la morte. Giorgio Trizzino ne ha accompagnati tanti, migliaia nella sua carriera. Lui è il primario dell'Hospice dell'ospedale Civico, la struttura che accoglie i malati terminali e li sottopone ai trattamenti delle cosiddette cure palliative. Il caso Crisafulli ha fatto discutere tutta l'Isola sul tema dell'eutanasia. È giusto staccare la spina? Se si, quando è giusto farlo? Come ci si sente nel momento in cui ci si trova davanti la richiesta di morte di un uomo? A rispondere, un professionista che con la morte ha a che fare quotidianamente e che guarda con occhi critici al caso Crisafulli. “Questa vicenda – dice – va osservata da due diverse prospettive: da una parte c'è la difficile situazione della famiglia. Condizioni come quella di Crisafulli sono pesantissime da gestire, soprattutto se indebolite da difficoltà sociali interne alla famiglia, come nel caso specifico, da quanto leggo sui giornali. Poi, però, c'è la prospettiva del malato”.

Cosa cambia?
“Io sono abituato a guardare ai singoli casi dalla prospettiva dei diretti interessati e, personalmente, ho molti dubbi riguardo la volontà del malato in questione. Non vedo in questa situazione una richiesta di eutanasia. Si assiste, invece, a una richiesta da parte di un familiare di essere sollevato da un onere oggettivamente pesante. Ma, ecco, è un'altra cosa”.

Il fratello di Crisafulli, però, lamenta anche una carenza assistenziale da parte delle istituzioni.
“Vede, ci sono dei limiti imposti da questa forma di assistenza, oltre i quali l'istituzione non può andare. Forse si potrebbe fare qualcosa in più, ma in linea di massima mi pare che si stia facendo il possibile”.

Quindi secondo lei non si può parlare di eutanasia in questo caso?
“Eutanasia è un termine inflazionato che, ad ogni modo, si riferisce alla precisa richiesta da parte del paziente. Ed è una richiesta che nella maggior parte dei casi avviene in situazioni di privacy assoluta, viene fatta sottovoce, mai urlata. Si tratta quasi di una preghiera, una sorta di confessione tra medico e paziente. Bisogna poi precisare che le malattie in stadio avanzato si evolvono attraverso modalità differenti, dunque ogni singolo caso va differenziato”.

Quanto incide la solitudine nella psicologia dei suoi assistiti?
“Direi che è un fattore determinante. L'eutanasia si chiede in situazioni di sofferenza e solitudine assolute. Al contrario, se i pazienti percepiscono di poter avere un dialogo con qualcuno, se sentono la presenza di chi si occupa di loro, allora diciamo che si stabilisce una sorta di trattativa tra medico e paziente. Non si parla più di interruzione delle cure, ma si 'contrattano' le dosi dei trattamenti somministrati. Poi inizia la dura fase delle domande”.

In che senso?
“Vede, tutte queste poesie e favole attorno alla morte... sono soltanto favole. La morte è cruenta, è dolorosa, è brutale. E chi si sta preparando ad affrontarla si chiede cosa succederà dopo, cosa accadrà del proprio sé quando smetterà di essere tale. Forse trovare professionisti competenti rende, tra virgolette, la cosa accettabile. Tra virgolette perché, come ovvio, accettare la morte per un uomo è davvero difficile. Non esiste la morte perfetta, serena. Le certezze si ridimensionano e chi le aveva perse, magari, in parte le ritrova”.

E quando la sofferenza diventa insopportabile?
“Parliamoci chiaro: se sedare un dolore estremo significa sedare una coscienza e, forse, accorciare una vita, noi lo facciamo. È chiaro che si tratta di una scelta ponderata col paziente ed, eventualmente, con la famiglia”.

Come si può, alla fine della giornata, uscire dal reparto e rientrare nella propria vita, andare al cinema, sorridere?
“Premetto che io distinguo tre professionalità all'interno della medicina: il chirurgo, che ha un rapporto più distaccato col paziente, lavora sul corpo; il medico, di base o di reparto che sia, instaura un dialogo con i propri pazienti. Poi ci sono i palliativisti. Noi non siamo né l'uno né l'altro, dobbiamo essere coloro che ascoltano, che accompagnano. Ma dobbiamo farlo da medici, da professionisti, cioè, che credono che i loro pazienti abbiano il diritto di essere assistiti. Se così non fosse, arrecheremmo un danno sia a noi stessi che ai futuri pazienti. Poi, non creda, il mio è un lavoro dal quale non ci si discosta mai del tutto. Tutte queste morti mi accompagnano, alle volte mi urlano di smetterla, mi dicono che sono troppo esposto. Non è facile, non creda. Alcuni dei professionisti vanno in burn-out (affaticamento), chiedono di essere trasferiti. Il punto è non perdere mai di vista l'obiettivo. Il problema non siamo noi, ma i nostri assistiti”.

Come si pone l'Italia, rispetto agli altri Paesi occidentali, sul tema delle cure palliative?
“Proprio qualche giorno fa il Senato ha approvato all'unanimità una legge che dovrebbe regolamentare le modalità di cure delle nostre strutture. È un passo avanti, soprattutto in una fase politica in cui si guarda spesso a personalismi. Ad ogni modo abbiamo fatto tardi rispetto all'Europa e talvolta abbiamo fatto male”.

In che senso?
“Le nostre università, per esempio, non formano rispetto a questo tema. Non esiste nessun riferimento nelle oltre trenta materie che si studiano nelle facoltà di Medicina. Pensi alla ginecologia: sappiamo tutto su come accogliere la vita, ma non sappiamo come accompagnarne la fine. Nel nostro reparto abbiamo preso molto dalle esperienze internazionali: nel Regno Unito, tanto per citarne uno, esiste la specializzazione sulle cure palliative. Se poi si guarda al panorama nazionale, al Sud siamo tremendamente indietro. Basti vedere che, a parità di fondi stanziati, in Lombardia esistono ben 54 hospice, mentre in Sicilia siamo fermi a tre realtà consolidate (Palermo, Catania, Agrigento), più i nuovi centri di Messina, Siracusa e Alcamo”.

Cosa dovrebbero fare le istituzioni siciliane?
“Serve maggior consapevolezza sull'importanza del nostro lavoro. Ma è chiaro che la mia è una voce che grida nel deserto. In Canada esistono numerosissime strutture come la nostra, ma stiamo parlando di una società altamente egoista nel senso nobile del termine, che si prende cura di sé, dalla pulizia delle strade fino alle cure palliative per le malattie terminali”.