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La lettera di don Vito

"Caro Silvio, ti scrivo..."


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forza italia, massimo ciancimino, silvio berlusconi, Cronaca
Da Palermo ad Arcore, dalle stragi a Forza Italia. Lo scenario descritto da Massimo Ciancimino -  attraverso la “fase 3” della presunta trattativa – porta dritto a Roma, ai poteri forti, a chi, secondo quanto appreso dal padre, avrebbe continuato a tessere rapporti con Cosa nostra nel periodo dopo le stragi. Ciancimino jr fa il nome di Silvio Berlusconi, di Marcello Dell’Utri, di Giusto Sciacchitano (ex vice-procuratore nazionale antimafia) e ribadisce la sua “riserva, vista la natura degli argomenti trattati”. Poi il testimone crolla, non riesce ad andare avanti. Il presidente della quarta sezione penale del tribunale di Palermo, Mario Fontana, di fronte al quale si celebra il processo a Mario Mori e Mauro Obinu, decide di rinviare il contro-interrogatorio a una nuova udienza.

La fase 3. Secondo quanto racconta Massimo Ciancimino con l’arresto del padre prima e quello di Totò Riina poi si concluse la fase 2 della trattativa, quella seguita alla strage di via D’Amelio. Il padre in carcere faceva colloqui investigativi con l’allora procuratore capo di Palermo, Giancarlo Caselli alla presenza degli ufficiali del Ros coi quali avrebbe concordato le versioni. Anche il memoriale sequestrato nella sua cella era fatto “ad hoc” per essere trovato. I colloqui fra i carabinieri e Vito Ciancimino dovevano essere collocati dopo la strage di via D’Amelio, saltando, dunque, la vicenda del “papello” di Totò Riina. Don Vito dal carcere sapeva tutto perché il “signor Franco” lo andava a trovare.

La lettera al premier. “… posizione politica intendo portare il mio contributo (che non sarà di poco) perché questo triste evento non abbia a verficarsi, sono convinto che questo evento, on. Berlusconi, vorrà mettere a disposizione una delle sue reti televisive”. E il foglio strappato che viene fatto vedere a Massimo Ciancimino. Il testimone si innervosisce. “E’ stato uno dei momenti più difficili dei nostri incontri – dice ad Ingroia – è la metà del foglio… su questo argomento ho un po’ di ansia”. Risalirebbe al 1994, “lo stesso mi era stato consegnato da soggetti vicini a Lo Verde (Provenzano, ndr) per mio padre. L’ho portata in carcere e mio padre se lo trascriveva…”. Perché solo mezzo foglio? “Questo dovete spiegarlo voi a me” risponde Ciancimino jr al pm Antonio Ingroia. Ma Don Vito, dalla cella ripensa il testo e scrive una lettera indirizzata al senatore del Pdl, Marcello Dell’Utri, e allo stesso premier per conoscenza. “Anni di carcere per questa mia posizione politica intendo dare il mio contributo (che non sarà modesto) perché questo triste evento non abbia a verificarsi. Sono convinto che se si dovesse verificare questo evento (sia in sede giudiziaria che altrove) l’on berlusconi metterà a disposizione una delle sue reti televisive. Se passa molto tempo e ancora non sarò indiziato del reato di ingiuria, sarò costretto a uscire dal mio riserbo che dura da anni e mi troverò costretto a convocare una conferenza stampa”. L’intento della lettera scritta da Vito Ciancimino “era quello di richiamare il partito che era nato grazie anche a quello che era il frutto della trattativa, o collaborazione dopo agosto, a ritornare un poco sui suoi passi… era un'avvisaglia a rientrare nei ranghi… senza scordarsi che Berlusconi, come entità politica, era il frutto di questa trattativa”.

Massimo Ciancimino si decide a parlare quando resta vittima di quello che lui definisce “strabismo investigativo”. Non riusciva a spiegarsi perché di tutti i figli, solo lui era quello accusato di riciclaggio. Contemporaneamente sarebbe stato sempre rassicurato, in primis dal famigerato signor Franco, di non finire in inchieste delle procure. “Mia moglie attraverso il professor Lapis, mi fece sapere le parole di Sciacchitano che non dovevo coinvolgere la società madre, per me una posizione peggiore. Essendo solo, non c’era mio padre, seguo questo personaggio che allora era vicepresidente della direziona nazionale antimafia. Lui era in buoni rapporti con la procura”. Ma, racconta Ciancimino jr che a quel punto era stanco di essere sempre quello “sacrificabile”, “mi ero rotto le scatole di proteggere tutti avrei raccontato tutto se condannato”. Da quel momento in poi le minacce, l’ultima delle quali risalente a una settimana fa con una lettera nel parabrezza della sua auto a Bologna.

Tensione. La terza giornata di deposizione di Massimo Ciancimino è stata contrassegnata da grande tensione. Il testimone ha avuto un crollo emotivo mentre gli venivano date in visione le foto della perquisizione della sua casa all’Addaura. Chiede una pausa mentre gli occhi diventano lucidi. L’avvocato di Mori chiede ad alta voce che non sia avvicinato da nessuno nel mentre. Quando tornerà a sedere sul banco dei testimoni spiegherà che essendo la casa in cui è cresciuto il figlio ha avuto un momento di commozione. Come l’ansia palpabile quando in aula si facevano nomi importanti. Una tensione che ha finito per indebolire il teste che già nelle ultime risposte alle domande del pm Nino Di Matteo parlava a bassa voce. Non ce l’ha più fatta, il presidente della corte ha rinviato allora il processo al prossimo 2 marzo.