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Non deporrà al processo Dell'Utri

I giudici: "Ciancimino inattendibile"


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Massimo Ciancimino

Massimo Ciancimino



Che la Corte avrebbe rigettato la richiesta di sentire Massimo Ciancimino al processo Dell'Utri lo temeva pure il procuratore generale, che comunque aveva sostenuto l'assoluta necessità della deposizione. "Ci impiegano troppo - era stato il commento delle parti - Di certo é un provvedimento di rigetto". E così è stato. Per la seconda volta la seconda sezione della corte d'appello ha dichiarato "inutile" la deposizione del figlio dell'ex sindaco mafioso, Vito. E ha pesantemente messo in discussione l'attendibilità di un teste che sta riempiendo pagine e pagine di verbali d'interrogatorio davanti ai pm di mezza Italia. Una decisione che, a scanso di nuovi colpi di scena, imprime un'accelerazione al dibattimento al politico su cui grava una condanna a 9 anni in primo grado. E che lascia intravedere per i primi di giugno la possibile sentenza. Il provvedimento di nove pagine in cui la corte indica in dettaglio perché Ciancimino non salirà sul banco dei testi è sostanzialmente una bocciatura della credibilità del figlio di don Vito. In particolare ai giudici non piace "la progressività" delle verità dispensate dal testimone: un termine edulcorato che bolla, però, la "rateizzazione" delle dichiarazioni rese dall'accusatore di Dell'Utri. E poi Ciancimino jr è il classico caso di "de relato di secondo grado". Cioé riferisce cose sapute dal padre, che questi, a sua volta, apprese da altri. Una sorta di tam tam, già di per sé fragile, che, oltre tutto, non può essere riscontrato. Don Vito è morto, quindi nessuno potrà chiedergli se, veramente, ha riferito al figlio dei rapporti tra Dell'Utri e il boss Bernardo Provenzano. Ed è assai difficile che una conferma possa venire dalla fonte di don Vito, cioé lo stesso padrino corleonese. L'analisi dei magistrati - l'ordinanza riporta interi passi dei verbali resi da Ciancimino ai pm e confluiti nel processo d'appello - si appunta su tre aspetti. I rapporti tra Dell'Utri e Provenzano; i presunti investimenti della mafia nel complesso edilizio Milano 2 e l'ormai famoso pizzino scritto da Provenzano a don Vito con un presunto riferimento "al nostro amico sen." (che secondo il teste sarebbe Dell'Utri). "Per quanto riguarda le dichiarazioni rese da Massimo Ciancimino su ciò che afferma di avere appreso dal padre Vito in merito a pretesi contatti tra Dell'Utri e Provenzano - scrivono i giudici - le stesse sono connotate da incontestabile progressione e talora da un'irrisolta contraddittorietà". Una considerazione pesante che nasce dal fatto che il teste, solo a distanza di un anno e 5 mesi dai primi interrogatori, ammette di sapere del legame tra il politico e il padrino. Sugli investimenti dei costruttori mafiosi Franco Bonura e Salvatore Buscemi e dei boss Stefano Bontade e Mimmo Teresi nella realizzazione di Milano 2, poi, le dichiarazioni di Ciancimino - a dire della Corte - sarebbero "generiche e contraddittorie". Per i giudici, inoltre, il fantomatico "sen." disposto ad aiutare i detenuti mafiosi con un provvedimento di clemenza, di cui Provenzano avrebbe scritto al padre, e identificato nel politico imputato, tutti sarebbero tranne che Dell'Utri. "Il pizzino è del 2001 - scrivono i magistrati - e allora Dell'Utri era deputato, non senatore". Insomma, una bocciatura secca, quella fatta dal collegio, che é destinata ad avere un peso anche su altri processi in cui Ciancimino ha ruolo di teste chiave. Come quello al generale dell'Arma Mario Mori, imputato di favoreggiamento alla mafia, che dovrà tener conto necessariamente dell'ordinanza della corte.

Fonte Ansa