Live Sicilia

Dopo il delitto Fragalà

La città della paura
e dei fiori sull'asfalto


Articolo letto 543 volte

VOTA
0/5
0 voti

enzo fragalà, ferruccio mazzariol, Cronaca
Al colmo del dolore c’è un papero giallo. Un pupazzetto che veglia sulla strada sporca, nello spazio per sempre contaminato dal sangue, in cui è stato ucciso l’avvocato Enzo Fragalà. E’ un taglio di marciapiede sordido, brutto. Si aggiunge alla toponomastica cittadina dei morti ammazzati. Le vie di Palermo sono una trama urbanistica di violenza e ricordo.
E’ un punto di passaggio, il teatro dell’omicidio, già soffocato dalle macchine. Il sentimento del traffico prevale su quello del cordoglio. E’ un tratto profanato da piedi e ruote e presto perderà il suo status di lapide. Nondimeno, per ora c’è un buffo papero, ci sono fogli di carta con dediche, disegni e preghiere. Tutti insieme custodiscono la fisionomia tenera e umana di una vicenda durissima e  inumana. Tutti insieme sono il colmo dell’amore spezzato, eppure non completamente rassegnato.
Ci può essere amore anche in assenza di facce da toccare. E’ il colmo della speranza. La memoria.
Via Turrisi, però, trasmette fremiti diversi. Non è come Capaci, non è come via D’Amelio. In quei luoghi, la morte reca la menzogna di una pietosa dissoluzione. Come se l’esplosivo disintegrasse senza passare per la cruna del dolore. Come se la fine da tritolo fosse incorporea. Non è vero. Ma la rapida azione di uno scoppio aiuta a crederlo.
Qui c’è stata un’agonia interminabile, sotto una pioggia di bastonate. Qui c’è stata la sofferenza fisica che chiunque può arrivare a lambire moltiplicando i suoi acciacchi all’infinito. Qui c’è una dimensione atroce e più familiare della crudeltà del dolore. Le ossa martoriate dell’avvocato. Le ossa che avvertiamo dentro di noi. Il tritolo supera la nostra immaginazione peggiore, con i suoi lampi inarrivabili. Il bastone ce lo figuriamo perfettamente. Possiamo replicare con approssimazione ogni spasimo provocato dal suo effetto. Nessuno è immune dall’ombra di una sprangata, di una mazzata, di un oggetto che, con violenza, lascia un segno tra testa e spalle.
Sarà per questo che Palermo ha paura davvero, stavolta. Avverte l’orrore nella sua dimensione corporea, prima che emotiva o concettuale. Non ci sono soltanto lacrime di commozione. Ci sono urla disperate soffocate nella circospezione del nostro terrore. Sarà per questo che i palermitani camminano veloci, scavalcando il punto in cui Enzo Fragalà è crollato come un grande albero reciso alla base.
Altri tentano di invertire la rotta del male che sembra essersi sprigionato con la paura. La città trema? Bisogna accarezzarla. Accarezzarne le strade come se fossero guance, o mani da stringere. Pure la città ha un corpo, che si può rialzare. Nel posto di Enzo ci sono, perciò,  fiori, preghiere e bigliettini, il colmo di una rivoluzione gentile. Nemmeno il cronista può esimersi dal piantare un minuscolo, e forse inutile, seme. Un pezzetto di carta. Poche parole. I versi di un poeta ingiustamente ignoto ai più. Sul foglietto bianco scritto a matita, si legge: "Giunge il canto della Grazia sul terreno minato. Viene dal colmo di Dio".