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Il delitto Fragalà, parla la figlia Marzia

"Nel nome di mio padre"


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Un mese dopo l'omicidio, Roberto Puglisi intervistò la figlia di Enzo Fragalà, Marzia. Ecco quella conversazione.

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Marzia Fragalà

Marzia Fragalà



Se fai il cronista a Palermo può capitarti di crescere a pane e cadaveri. La capacità di morire, di essere ammazzati, di perire in un incidente stradale, è vastissima. Le prime volte ti aiuti con l'inganno degli occhiali scuri, resisti  al pianto inviso al cinismo del taccuino.  L'arrivo di una madre al capezzale  del corpo del figlio è sempre un'irresistibile fonte di lacrime. Poi, se continui a  fare il cronista a Palermo, impari a seppellire il cuore in una buca. E lo  dimentichi lì. Dopo tanti anni di pane e cadaveri, cos'è, allora,  questo brivido aguzzo  davanti all'asfalto che ha visto morire l'avvocato Enzo Fragalà? Saranno le  bastonate crudeli. Sarà il sorriso dell'avvocato, spento da una ferocia immane.  Sarà il suo proverbiale attaccamento alla vita. Qualcosa sarà se quella morte  continua a gridare a perdifiato. Se continua a sfondare da una parte all'altra  del petto, col marchio gelido del suo dolore e della sua iniquità.  Non c'è che  la memoria, con la sua fragile tenerezza,  per tentare di contrastare la marcia  di un veleno così penetrante.
E' trascorso un mese dalla fine dell'avvocato, dai colpi che hanno spezzato l'illusione di una Palermo buona e mai belluina. Le luci del Palazzo di  giustizia raccontano una violenza spettrale in un pomeriggio di grigia primavera. Non c'è che una breve salita di  scalini, fino alla stanza dell'avvocato Marzia Fragalà,  figlia di Enzo, custode  della memoria, del solo balsamo che può lenire la profondità delle ferite.
Marzia ha i capelli di un biondo tenue. Ha gli occhi come un mare lontano, che si avvicina e diventa onda sonora, mentre lei parla. La risacca della voce porta a riva frammenti spersi dello stesso  volto, dello stessa storia, dello stesse  intimità familiari smarrite.
Avvocato Marzia Fragalà, la gente umile e nobile, senza distinzioni. ha  accompagnato il cordoglio per la morte di suo padre. La solidarietà è stata di  conforto?
“Sì. Dalla sera dell'aggressione abbiamo avvertito la vicinanza di tante  persone. Un flusso continuo in ospedale: gli amici, gli elettori, i conoscenti.  L'amore ci ha consolato un po', ha fatto sì che tutti noi ci sentissimo meno  soli. Tutti volevano bene a mio padre. Era generoso e disponibile. Era un uomo  segnato dalla sua bontà, da suo desiderio di vivere”.

In che fase è la sua elaborazione del lutto?
“Non riesco a metabolizzare il dolore. Non riesco a orientarmi. Galleggio,  sono incredula, non so capire. Mi sposo a giugno. Questo doveva essere il tempo della gioia attesa di un evento. Papà ci teneva molto, non stava più  nella pelle. Gli piacevano le feste. Amava essere felice”.

Una felicità che qualcuno non ha perdonato.
“Non so chi possa essere stato. Non riesco nemmeno a immaginarlo. Hanno detto:  qualche cliente insoddisfatto. Mi sembra impossibile. Enzo Fragalà era amato  dai clienti, era – lo ripeto – un uomo generosissimo, difendeva gli altri per  convinzione, per passione del suo mestiere. Nessuno gli voleva male”.

L'assassino è ancora libero. Lo prenderanno?
“Ho fiducia nella giustizia. I magistrati che si occupano del caso sono molto preparati, come i carabinieri che conducono le indagini. Sì, sono fiduciosa”.

E lei, Marzia?
“Io continuerò sulla strada tracciata da mio padre. Lui portava avanti le cose in cui credeva. Seguirò il suo esempio”.

Quella sera.
“Ci siamo incontrati a pranzo. Papà mi ha detto: vado in carcere, a stasera.  La sera avevo il telefono spento, ero al corso prematrimoniale. L'ho riacceso,  pioggia di sms: corri, hanno aggredito papà. Ho pensato a una rapina, sul momento”.

Perché?
“Perché il garage dove posteggiava era insicuro, c'erano stati dei furti.  Avevo consigliato a papà di cambiare zona, di parcheggiare la macchina da  un'altra parte”.

Cosa racconterà a suo figlio, un giorno,  quando  le chiederà notizie del nonno che non c'è?
“Gli dirò la verità. Gli dirò che nonno Enzo era un uomo buono e che adorava la vita”.
E sull'ultima parola “vita” la risacca della voce di Marzia si appoggia come  per non spezzarsi. Gli occhi cambiano colore. La dolcezza ha pagato il  riscatto. Ha trasformato in tenerezza l'orrore.