Live Sicilia

Il disegnatore Gianni Allegra

"Come cinquant'anni fa"


Articolo letto 803 volte

VOTA
0/5
0 voti

, Cronaca
Autore satirico e illustratore, pittore e cittadino palermitano, Gianni Allegra è uno dei più illuminati artisti siciliani. Ha collaborato con I Siciliani, L’Ora, Avvenimenti, Linus, L’unità, Tango, Cuore, Comix e dal 1999, con le sue irriverenti vignette sulle pagine di Repubblica, ci ha raccontato una società che sembra aver perso, ormai definitivamente, ogni briciola di originalità. Nella sua carriera ha colorato più di cinquemila facce della Mafia e della criminalità siciliana; oggi, in un clima sociale che sembra voler ricordare, minuto dopo minuto, che la violenza esiste e persiste nelle case e nelle piazze, sui marciapiedi e nelle sacrestie, nelle migliori famiglie e negli autobus, in TV e nelle istituzioni, chiediamo a lui il perché di tanta violenza, e se esiste una ricetta che possa annientarla.

Cos’è tutta questa violenza?
"Stiamo attraversando sicuramente un periodo di grande difficoltà sociale, ma si tratta di barbarie diffuse su tutto lo stivale. Palermo è certamente una cassa di risonanza perché qui è più semplice l’associazione ad atri fenomeni di criminalità, ma credo che se parliamo di violenza oggi, Palermo sia semplicemente una città globale, culla di una violenza cinematografica, come ogni altro angolo del mondo occidentale. Ma per favore non chiamatela Arancia Meccanica".

In che senso?
"Mi capita spesso di leggere, su riviste e quotidiani, la parola violenza associata al più bel film della storia del Cinema. In Arancia Meccanica di Kubrick, il mio film preferito, la violenza c’è, ma è solo uno strumento per parlare del libero arbitrio, che è il vero tema del film. Una cosa ben diversa. Così si crea solo confusione".

Torniamo alla violenza in Sicilia. Nessuno stupore dunque?
"No, oggi non potrei immaginare la Sicilia in maniera differente. Ma ammetto che è molto difficile identificare limiti e confini. Ogni cosa è tutto e il suo contrario. La stessa Mafia ha abbandonato i suoi antichi strumenti, si è spogliata delle coppole storte e dei kalashnikov e ha indossato colletti bianchi e abiti borghesi; è diventata educata, nonviolenta e diplomatica, ma quando non trova soddisfazione nei nuovi strumenti, torna a messaggi antichi, ai vecchi stereotipi".

Si riferisce alle minacce e alle teste di capretto?
"Sì, ma mi sembra veramente anacronistico parlare di cose simili nel 2010. Sembra di evocare atmosfere di cinquant'anni fa. E dire che negli anni Orlandiani si respirava un certo benessere intellettuale. Allora per lo meno “chi mangiava poteva far molliche”, oggi non c’è nessuna pietanza. C’è solo pietà. E la violenza è inversamente proporzionale alla cultura. Ma oggi in Sicilia non c’è spazio per la vera cultura, per la letteratura, per l’arte, per il cinema… Ci omologhiamo alla violenza televisiva. Che altro possiamo aspettarci da una simile condizione sociale? Lo stesso avviene nel linguaggio. Fino a quarant'anni fa la trasgressione era l’utilizzo indiscriminato del turpiloquio. Oggi anticonformista è chi utilizza un linguaggio pulito e accurato".

Che soluzione intravvede all’orizzonte?
"Possiamo affidarci solo alle nuove generazioni, ma anche lì dobbiamo impegnarci. Siamo noi i modelli per i nostri figli. L’educazione, la cultura, l’arte, la musica sono le nostre ancore di salvezza. E un esempio come Barack Obama ci insegna che il nostro destino dipende dalle nostre scelte. Il cambiamento è difficile in certi contesti, ma è sempre possibile. Santo libero arbitrio…".

Lei che è un artista, solito a rappresentare la società attraverso vignette e disegni, se dovesse rappresentare la violenza di questi giorni, cosa disegnerebbe?
"Ultimamente ho pubblicato su Repubblica una vignetta sulla violenza. Era una citazione del film Ombre Rosse diretto da John Ford. Una squadra di indiani che assaliva un autobus. Ho abbandonato i soliti topi mafiosi".