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Cronaca di un viaggio della speranza

Perché si può fare a Pisa
ciò che non si fa a Palermo?


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di IGOR GELARDA Tutto cominciò poco prima dell’estate. Mia madre iniziò ad accusare alcuni fastidi, alcune piccole “camurrie”, che il medico però, usando il formulario magico tipico di chi ha in mano il destino della gente, considerò piuttosto come i chiari sintomi di una patologia


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di IGOR GELARDA Tutto cominciò poco prima dell’estate. Mia madre iniziò ad accusare alcuni fastidi, alcune piccole “camurrie”, che il medico però, usando il formulario magico tipico di chi ha in mano il destino della gente, considerò piuttosto come i chiari sintomi di una patologia: quella povera donna sentiva sempre caldo, anche quando l’aria condizionata era “sparata” a 16 gradi, aveva perso alcuni chili e, infine,  accusava tremori alle mani. “Si faccia gli esami per la tiroide, che secondo me è alla base dei suoi disturbi” aveva sentenziato il giovane e promettente medico palermitano, ma cefaludese di adozione. Le prime analisi del sangue sembravano confermare la diagnosi: ormoni tiroidei sballati, alcuni erano troppi, altri troppo pochi. Si prosegue nelle indagini e si eseguono  analisi più specifiche: altri ormoni, ecografia, scintigrafia. Tutti esami rigorosamente fatti a Palermo, tra ospedali e strutture private, con la trafila che ogni palermitano ha ben stampata in mente: prenotare questo esame, aspettare che ti diano il risultato di quell’altro, affrontare disagi del tipo “mi dispiace questi due esami qui li possiamo fare, il terzo no” oppure “Se il primo parametro è nella norma, gli altri esami non li eseguiamo: questo prevede la prassi in questo ospedale”. E così, tra vai e vieni, possiamo e non possiamo, facciamo e non facciamo, erano “squagliati” un paio di mesi di puro stress tra pellegrinaggi medico-ambulatoriali e l’attesa della diagnosi esatta. Diagnosi che però tardava ad arrivare, o meglio, tendeva a non essere definitiva. Infatti, qualche cosa nel quadro dipinto con mano fredda da questi moderni strumenti magici, referti medici e risultati di analisi, non quadrava. Erano contraddittori e lasciavano perplessi i dottori. Uno, due, tre specialisti…ognuno diceva la sua. Malo segno, anche per chi non è scaramantico. Alt, dico a mia madre. Uno dei comandamenti dei siciliani recita “il siciliano deve morire nella propria terra”, ma non necessariamente ammazzato. “Cu niesci, arrieniesci” e a volte anche guarisce.

Uno dei migliori centri di endocrinologia in Italia, ma in realtà uno dei primi in Europa è quello dell’ospedale di Cisanello a Pisa, sul quale risplende la luce benevola di un luminare campano, Aldo Pinchera. I tempi di attesa per una visita sono piuttosto lunghi, si prenota per telefono, e si attende per circa 6 mesi. Parecchi mesi per chi aspetta di sapere se la sua malattia sia grave o meno. Ma per fortuna, qualcuno aveva appena disdetto la propria visita che si sarebbe dovuta svolgere tra un paio di mesi. Subentriamo noi. Sessanta giorni sono assai meglio di centottanta.
E così, due mesi dopo, si parte per la cittadina toscana. Per fortuna ci sono collegamenti aerei diretti comodi e, se prenotati con un minimo anticipo, anche poco costosi. Partire per vacanza è una cosa, andarsi a divertire, o almeno partire con l’idea di divertirsi, anche se poi la vacanza non dovesse dimostrarsi granché, è ben altra cosa da un viaggio per ragioni sanitarie. Questo tipo di viaggio è mortificante perché sei costretto a cercare altrove aiuto e risposte ai tuoi problemi, solo perché nell’isola la sanità, ma assieme a questa tutto il resto, è stata da sempre mal gestita. Per colpa di qualcuno, ma purtroppo mai questo qualcuno possiede un nome e cognome, sono costretto, seppur temporaneamente, a emigrare. Non vorrei esagerare, ma chi parte per andarsi a curare fuori è una specie di deportato, perché è costretto a farlo….

La prima cosa che notiamo a Pisa è la pulizia. Davvero tutto pulito, per terra non ci sono neanche cicche di sigarette. Il contrasto con Palermo è stridente, mortificante, umiliante. Alla fermata dell’autobus ci sono appesi gli orari. Subito penso “si tratta certamente di orari di massima, un’indicazione generica”. E invece no, sono orari veri e propri. L’autobus può “sgarrare” di un paio di minuti, ma rispetta, tranne casi davvero eccezionali, la tabella di marcia. Ci accade, una volta, che l’autobus passi con quattro minuti di ritardo. Il conducente è avvicinato da due signore agguerrite che protestano vibratamente per il ritardo…quasi cinque minuti. Il conducente si giustifica dicendo che non c’è stato alcun ritardo, ma le tabelline di marcia della fermata non sono state ancora aggiornate con i nuovi orari, entrati in vigore da appena tre giorni. Dentro di me penso che a Palermo la cosa è lievemente differente. Al palermitano, di nascita o di adozione, non importa se l’autobus ritardi, l’importante è che, durante la mattinata o del pomeriggio, passi. Infatti, tra scioperi, cortei, sit-in, presidi e manifestazioni, Palermo è la metropoli dalla strade chiuse: Piazza Indipendenza - il palazzo della Presidenza - ha più pellegrini di S. Giovanni Rotondo, anche se il numero dei miracoli registrato è minore, soprattutto in ambito lavorativo; i Pip bloccano via Maqueda, i cenciaioli dirigono il traffico dall’alto della Cattedrale, i Centri Sociali presidiano Piazza Massimo e Forza Nuova piazza Politeama; i precari della scuola assediano viale Praga, mentre gli universitari tentano di espugnare Palazzo Steri. Tra tutti fa allegramente capolino la spazzatura, che sbuca da ogni angolo della città. A Palermo speriamo solo che l’autobus passi.

L’ospedale di Cisanello è molto grande, ma soprattutto è ben organizzato. L’autobus ci lascia a 200 metri dall’ambulatorio di endocrinologia. Già alle sette di mattina c’è parecchia gente, circa duecento persone, in attesa di essere visitate. C’è una macchinetta, un turnometro, che elargisce una lettera differente secondo la prestazione di cui il paziente ha bisogno: prima visita, controllo, esami. Tutto si svolge in modo molto rapido ed ordinato, come una catena di montaggio. L’accettazione chiama i numeri e li manda a pagare il ticket presso tre sportelli. Penserete voi: “chissà quale fila per pagare il ticket”. E invece no, giacché si tratta di tre sportelli automatici: metti i soldi, pigi il bottone - a Pisa il bottone si pigia e non si ammacca - e ti esce la ricevuta con l’eventuale resto. Queste macchinette non arrivano in ritardo, non fanno pausa caffè o sigaretta e non sono lente, non litigano al telefono con la moglie o con l’amante. Dopo un’ora entriamo a fare la visita. Ad attenderci c’è una dottoressa giovane, un tipo mediterraneo carino, con un cerchietto con le perline e con un fonendoscopio rosa. Ha un vago accento toscano, che però nasconde un’inflessione meridionale. Infatti la dottoressa è pugliese. Ascolta mia madre, scrive, fa domande, la visita. È gentile: ci saremmo aspettati il contrario dentro questo tipo di catena di montaggio. Ci saremmo aspettati gente sbrigativa e fredda. Ci manda a fare gli esami, li faremo tutti durante l’arco della giornata, e con la dottoressa ci rivedremo nel primo pomeriggio. La macchina dell’ospedale di Cisanello continua a funzionare: ecografia, scintigrafia, esami di sangue e altro. Tutto uno dopo l’altro. Tutto quello che a Palermo avevamo fatto in due mesi, qui viene fatto in una mattinata. Ci sono malati che vengono da tutta Italia: siciliani, tanti calabresi, campani, abruzzesi, c’è pure una signora che viene da un paesino vicino Lugano.
L’ambulatorio e il day Hospital di endocrinologia, mi spiega con grande cortesia il Prof.  Giani, Vice-Direttore della scuola di specializzazione, sono uno dei fiori all’occhiello dell’ospedale di Cisanello: oltre 100.000 persone seguite ogni anno e 30.000 ecografie eseguite. Sono numeri da capogiro, soprattutto se si considera che anche altri reparti dell’ospedale, come quello di cardiologia, quello dei trapianti, otorino, chirurgia e oculistica, lavorano su ritmi analoghi.
Insomma, a Cisanello, grazie alle capacità organizzative dei suoi amministratori e alla bravura dei suoi medici, passa oltre mezzo milione di pazienti l’anno, quasi tutti provenienti da fuori Toscana. Ai pazienti di Cisanello, si aggiungano quelli degli altri centri di rilievo nazionale che si trovano in altri ospedali pisani, ad esempio quello di S. Chiara. Si crea così un indotto economico positivo che ha portato alla nascita di decine di strutture ricettive a Pisa e ha dato lavoro a migliaia di persone, tra ospedale e indotto. Certamente é un turismo triste quello sanitario, ma porta soldi e crea lavoro. Ma, mi domando io, non potrebbe essere così anche Palermo, posta al centro del Mediterraneo? Un grande centro di eccellenza. A Palermo potrebbero convergere da tutto il Mediterraneo: nord-Africa, Grecia, Malta, penisola balcanica e sud Italia.
La stessa sera rientriamo a Palermo. Sappiamo qualche cosa in più della tiroidite di mia madre e sappiamo qualcosa in più su come potrebbero andare le cose in Sicilia.