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Le accuse a Lombardo. Che replica

"Quei contatti con i clan"


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mafia, raffaele lombardo, Cronaca
Vincenzo Aiello

Vincenzo Aiello



Contatti con clan in cambio di appoggio elettorale. E' l'accusa mossa al presidente della Regione Siciliana, Raffaele Lombardo, e a suo fratello, il deputato nazionale del Movimento per l'autonomia, Angelo, che sono indagati per concorso esterno all'associazione mafiosa dalla Procura della Repubblica di Catania. Con loro sono indagati anche il deputato regionale dell'Udc Fausto Fagone e altri due esponenti politici regionali. Il fascicolo è secretato e i magistrati etnei non commentano la notizia pubblicata dal quotidiano La Repubblica, non confermandola né smentendola. Un'accusa contestata duramente dal presidente Lombardo che parla di "spazzatura" e di ipotesi che "non stanno né in cielo ne' in terra". Il governatore spiega di "non avere avuto notificato alcun avviso di garanzia" e di "avere appreso la notizia da un amico che ha letto il giornale" e gli ha telefonato. Il leader del Mpa annuncia che adirà "le vie legali" nei confronti di chi lo accusa per "difendersi da queste accuse infamanti e false". Per questo chiederà di essere "sentito al piu' presto dai magistrati" nei quali, dice, di "avere massima fiducia".

L'indagine è del Ros dei carabinieri e mirava ad altro: Vincenzo Aiello, personaggio di spicco della cosca Santapaola, tornato in libertà nel 2005 e ritenuto elemento di collegamento con Cosa nostra di Palermo. Le intercettazioni ambientali e telefoniche dei militari dell'Arma in oltre due anni e mezzo di accertamenti si allargano fino a realizzare un'informativa di circa 5.000 pagine, consegnata alla fine dello scorso anno alla Procura. Il fascicolo è assegnato dal procuratore Vincenzo D'Agata a quattro sostituti: Giuseppe Gennaro, Agata Santonocito, Iole Boscarino e Antonino Fanara. Gli investigatori del Ros sono partiti dalle dichiarazioni di Aiello, ascoltate grazie a delle 'cimici', e di altri decine e decine di indagati che parlano anche dei rapporti con la politica e dell'appoggio fornito ad alcuni esponenti durante le campagne elettorali. Agli atti non ci sono intercettazioni di Raffaele e Angelo Lombardo, che, secondo la tesi dell'accusa, avrebbero tenuto i contatti con un 'corriere' e mai direttamente, ma soltanto discorsi e racconti di terze persone che parlano di loro raccontando episodi diretti o de relato, che sono al vaglio dei magistrati che devono stabilire anche se ci sia del millantato credito o meno. Come quando uno degli indagati accusa Raffale Lombardo di "essersi rifiutato di incontrarlo, dimenticando che ci voleva vedere quando non era ancora nessuno".

I magistrati non commentano le indiscrezioni. Per tutti parla il procuratore capo Vincenzo D'Agata ma soltanto della pubblicazione della notizia sostenendo che potrebbe essere "determinata da interessi e da contrapposizioni di natura politica dei quali i giornali divengono a volte involontario strumento" mentre i magistrati "hanno il dovere di tacere". "Ma nel diffondere le notizie - sottolinea il procuratore capo di Catania - i giornalisti fanno il loro corretto mestiere". Una tesi non condivisa del tutto da Lombardo che ha dato mandato ai propri legali di procedere contro i pentiti che lo chiamano in causa ma anche nei confronti giornalisti di Repubblica per violazione del segreto istruttorio.