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Faraone: ecco perchè mi sono dimesso

"A Palazzo delle Aquile si gira a vuoto"


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Davide Faraone

Davide Faraone



“In questo momento essere il capogruppo del Pd nel consiglio comunale palermitano significherebbe mediare tra  quelli che realmente vogliono mandare a casa il sindaco Diego Cammarata, e quelli che invece fanno solo finta”.
Con queste, e altre parole, Davide Faraone motiva la decisione di lasciare la guida della rappresentanza democratica a Sala delle Lapidi. Una decisione, quella delle dimissioni, che Faraone assicura non essere figlia dell’estemporaneità: “Venerdì sera ho comunicato quest’intenzione a mio padre, e sabato l’ho resa ufficiale. Ma era una cosa su cui riflettevo da tempo, almeno da quando mi sono reso conto che a Palazzo delle Aquile tutto gira a vuoto”. Adesso per colui che è succeduto ad Alessandra Siragusa come leader del Pd comunale si apre una nuova stagione: “Avere le mani libere mi consentirà di muovermi liberamente. Il rischio che avrei corso non rinunciando al mio incarico sarebbe stato quello di essere considerato complice di questo sistema immobile”.

La sua intenzione, dimettendosi, è quella di dare un segnale di scossa?
"Non voglio dare una scossa all’establishment, ma alla città. In caso contrario mi sarei dimesso anche da consigliere. Voglio semplicemente essere più efficace nel mio ruolo, agendo, se necessario, in modo trasversale. Costruirò le mie alleanze anche all’esterno del Consiglio. Bisogna uscire da questa stasi, lavorando per le strade di Palermo. O ci diamo una sveglia, o si rischia di rimanere a galleggiare per due anni, fino a quando scade il mandato di quest’amministrazione. Il rischio che si corre è quello di bloccare lo sviluppo economico e sociale della città".

Se dovesse trarre un bilancio della sua esperienza da capogruppo, sarebbe in positivo?
"In questo lasso di tempo, io e il partito, abbiamo riscosso un successo di squadra straordinario. Penso alla grande manifestazione che abbiamo promosso insieme alle categorie produttive di questa città, contro la gestione di Cammarata; alle battaglia vinta in Consiglio contro l’aumento della Tarsu, e contro quello dell’addizionale Irpef; allo scoperchiamento dello scandalo dei viaggi dei vertici Amia a Dubai. Oggi, invece, è una stagione di immobilismo, e io non voglio farmi inghiottire dalle acque di questa palude".

Come mai, nell’arco di quest’ultimo anno, la spinta propulsiva, che evoca, si è fermata?
"Se continuava quell’azione, avremmo veramente mandato Cammarata a casa. Siamo arrivati sul punto di spingere  con un dito quest’amministrazione in un burrone, ma ci si è fermati nel momento cruciale. In quel momento è subentrata la paura della smobilitazione. Si è formata una casta in Consiglio, formata da gente che ha paura di non essere rieletta".

Le dimissioni da capogruppo possono aprire la strada ad una candidatura di Faraone come prossimo sindaco di Palermo, tra le fila del centro-sinistra?
"Sono relativamente giovane per la politica nostrana. A trentaquattro anni posso ancora non fare progetti così importanti nell’immediato. Però il solo fatto che il mio nome sia speso come possibile futuro sindaco mi fa piacere, e mi inorgoglisce. Non ci sono al momento le condizioni per avviare un percorso del genere, si può solo pensare a un nuovo progetto per riavvicinare i cittadini alla vita politica".

Con quali strumenti continuerà nell’immediato l’attività di consigliere?
"Prima di tutto bisogna imbastire un nuovo ostruzionismo per evitare l’approvazione del nuovo regolamento Tarsu, che comporterebbe un aumento non necessario della tassa sui rifiuti. Presenterò i  miei due-tremila emendamenti, e vedrò chi mi verrà dietro. Quella sarà la cartina di tornasole, per vedere se ci sono degli inciucisti".