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Il figlio di don Vito con Salvatore Borsellino

La trattativa e le stragi
L'Italia secondo Ciancimino


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massimo ciancimino, salvatore borsellino, Cronaca
Strana serata, ieri,  a Giurisprudenza. Strana per i commensali intervenuti alla presentazione di "Don Vito" il libro scritto da Massimo Ciancimino che di Vito Ciancimino fu figlio e da Francesco La Licata, un cronista che di cose di Cosa nostra si intende. Strano ma vero. Quasi fianco a fianco, a una distanza di sedia, Massimo jr e Salvatore Borsellino, fratello di Paolo. Il rampollo di una feroce figura di mafioso e il fratello di un martire laico dello Stato di diritto, perito in via D'Amelio con i suoi agenti.
Dice Salvatore Borsellino alle agenzie, come per fugare un rovello non esplicito e tuttavia sotterraneo:  ''Nessun imbarazzo a sedere accanto a Massimo Ciancimino. Anzi. Se, come pare, darà un contributo all'accertamento della verità sul periodo buio delle stragi del '92, sarò solo curioso di ascoltarlo. D'altronde per capire cosa accadde in quegli anni, sarei disposto a parlare anche con Riina e Provenzano''.  Un'altra fetta di chiarimento, ancora una spiegazione: ''Ciancimino - aggiunge il fratello del magistrato assassinato in via D'Amelio - è una sorta di collaboratore di giustizia e sta dando elementi utili agli inquirenti. E poi io mica vado ad abbracciarlo: cercherò di capire le motivazioni che lo spingono a collaborare con i magistrati''.  Appresso, una critica soffiata nei taccuini delll'Ansa:  ''Libri come questo non dovrebbero essere pubblicati mentre ci sono inchieste in corso''. Di ''Don Vito'', sempre chiacchierando con l'Ansa,  il fratello del giudice boccia anche le parti in cui si raccontano scorci di vita ''normale'' dell'ex sindaco.  ''Era un criminale - dice - e come tale va descritto''.

Un imperdibile,  affascinante appuntamento con i misteri di un'epoca oscura, con personaggi ormai abituali come il  "signor Franco", presunto uomo dei servizi, impelagato in orrende trame. Il ritornello non cambia. O Massimo Ciancimino è il più abile e diabolico sceneggiatore di fiction, un falsario che ha capito che la "verosimiglianza" distillata a gocce è prodotto vendibile ovunque, o è un eroe sincero dei nostri tempi. Proprio un eroe di questi giorni confusi, fragili e grami. Uno che non proviene dal biancore accecante di un cavallo alato, infatti è cresciuto nella zona grigia delle coppole e all'ombra di un padre criminale. Padre nel senso pieno del termine, cioè. E sbaglia Salvatore Borsellino quando vorrebbe censurare i dettagli domestici di una vita perfettamente mafiosa, da assassino ortodosso con le sue brave e casalinghe pantofole, accanto alla lupara. Invece essa va mostrata in tutta la sua interezza, per carpire il nonsenso di un'oscena normalità. E se Massimo davvero non mente, è perfino giusto provare tenerezza per un figlio costretto a seppellire l'amore privato di un padre, irricevibile in pubblico, pur di salvare quel grammo di non sozzo che rimane di una stirpre e di un cognome e che sarà una speranza delle nuove generazioni.

Si parla, si chiacchiera in sala con passione, nell'aula magna,  secondo un canovaccio già noto per tre quarti. La presunta trattativa tra mafia e pezzi dello Stato che avrebbe accelerato l'evento che pose fine alla vita di Paolo Borsellino, strenuo difensore della legalità in un deserto istituzionale. La latitanza "protetta" di Provenzano. Massimo Ciancimino torna sui fatti recenti. Affonda la stoccata: "Al di là dei timori che posso provare io che derivano dalle mie scelte di vita, comincio a pensare che anche a qualcun altro comincino a tornare scomode certe mie rivelazioni". Il riferimento è all'interpellanza parlamentare urgente promossa da 54 deputati per chiedere di far luce sulla sua attendibilità. "Mi stupisce - prosegue Ciancimino - il fatto che in Parlamento non si raggiunga mai un numero necessario per discutere ed approvare documenti più importanti e piuttosto lo si raggiunga quando si fa il mio nome". In coda il racconto di una condizione personale di tormento, di una famiglia che soffre, di un percorso accidentato da affrontare "per mio figlio e per mia moglie".

 E Salvatore Borsellino rincara la dose: "Potrei provare imbarazzo a sedere accanto a uomini dello Stato come l'ex ministro Martelli e Violante, che hanno aspettato 17 anni e le rivelazioni di Massimo Ciancimino per ricordare che la trattativa tra mafia e Stato ci fu. Certo non mi imbarazza sedere accanto a Massimo Ciancimino. O potrei imbarazzarmi  accanto al vicepresidente del Csm Mancino che continua a non ricordare di aver incontrato mio fratello prima della strage''. Tutto, mentre scorre la narrazione di un'Italia livida e nascosta, un Paese pronto a ghermire l'innocenza e la giustizia acquattato nel buio di tante compiacenze ai massimi livelli. Una storia talmente orribile che somiglia a una fiction. Vorremmo che fosse così.
In sala, due uomini che la vita riunisce dopo la lontananza. Sentono allo stesso modo. Annusano un vento di pericolo nell'aria. Un vento "stragista".
Qualcuno se la prende con i giornalisti. Il saggio La Licata commenta: "I giornali hanno fatto il loro dovere. Sono mancati i lettori". Cioè, l'indignazione.

Che poi è l'altro modo di porre la riflessione di Antonio Ingroia a Livesicilia. Questo Paese vuole la verità, è disposto ad affrontarla, a portarne il cilicio e non solo la veste nuziale? Finora è accaduto raramente. E chissà se domani accadrà. La verità italiana è come una bomba inesplosa, sotterrata e dimenticata. Se non sai trattarla con circospezione e delicatezza, può scoppiarti in mano.