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La scuola e la memoria

Il piccolo miracolo del 23 maggio


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di DANIELA VACCARO* Diciotto anni fa i miei alunni non erano nati. Non possono sentire il peso di una tragedia che non hanno vissuto. Forse. Forse, più semplicemente, non riescono a voler bene a persone morte prima che loro nascessero.

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23 maggio 1992, giovanni falcone, paolo borsellino, scuola, strage di capaci, Cronaca
di DANIELA VACCARO* Diciotto anni fa i miei alunni non erano nati. Non possono sentire il peso di una tragedia che non hanno vissuto. Forse. Forse, più semplicemente, non riescono a voler bene a persone morte prima che loro nascessero.
Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani. Sono dei nomi, dei santini – nella migliore delle ipotesi – delle
figure sacre e distanti. Ma il 23 maggio fa parte dell'immaginario collettivo di questi ragazzi, è una ricorrenza sentita, una sorta di evento a metà tra la festa, la testimonianza, il rito.
Certo, non per tutti. Ma molti di loro ci tengono ad essere scelti per partecipare alle manifestazioni. Ci tengono ad essere invitati a Piazza Magione per il 23 mattina, o al corteo che partirà dall'aula bunker alle 16, domenica pomeriggio. Ci tengono, perché è un riconoscimento della loro “presentabilità” come alunni, perché – quantomeno – se non bravi, se sono stati invitati significa che non sono di quelli che fanno vergognare gli insegnanti. Se gli è stato dato un ruolo preciso, all'interno della manifestazione, bene, quello è un suggello in più, vuol dire che viene riconosciuto un loro talento, di qualsiasi natura questo sia.
In una scuola come quella in cui insegno io, il riconoscimento della presentabilità e del talento non sono affatto scontati.
È una gita, un'occasione di stare con i compagni e di confrontarsi con gli
adulti. Per molti di loro, è un'occasione per conoscere un brandello di mondo che esce dai confini del loro quartiere. Ci scappano anche il gelato, la coca cola, una passeggiata sotto il sole se tutto va bene.
Non la vivono come una giornata triste – quella del 23 – e forse è giusto
così, se le idee di chi è morto 18 anni fa devono continuare a camminare sulle loro gambe.  Ne viene fuori una partecipazione gioiosa e parzialmente
inconsapevole, su cui i più riflessivi tra loro avranno occasione di riflettere
in futuro. Ne metabolizzeranno il messaggio piano, crescendo. Per gli altri,
rimarrà una domenica diversa. Ma, in fondo, già questo è un piccolo miracolo.

*Insegnante