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Roberto Alajmo

"Prima il collasso, poi la rinascita"


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“Ognuno, di Palermo, ama la propria casa”. È questa l'analisi dello scrittore e giornalista Roberto Alajmo. Oltre lo zerbino di casa, secondo l'autore panormitano, la dimensione pubblica perde via via la sua importanza, agli occhi degli abitanti della città tutto porto. Alajmo racconta la sua Palermo, l'estate del 1992, l'incontro pubblico alla biblioteca comunale con Paolo Borsellino. “Palermo – dice ancora – è andata talmente oltre da arrivare a un punto di non ritorno”. Ma lui si dice ottimista, crede ancora alla rinascita della sua città, riesce quasi a vederla.

Lei è nato a Palermo, vero?
“Sì, sono nato a Palermo, la famiglia di papà è palermitana da generazioni”.

Qual è il ricordo più intenso legato alla sua città?
“Sicuramente la serata alla biblioteca comunale, nell'estate del '92, insieme a Paolo Borsellino. Ha parlato di Giovanni Falcone, della lotta alla mafia. Eravamo partecipi di una serata che si consumava a metà strada tra due eventi funesti, credo che chi era presente non lo dimenticherà mai”.

Palermo secondo lei è una città amata da chi la abita?
“Palermo è amata in una maniera molto particolare dai suoi abitanti. Poi, in fondo Palermo è un luogo comune anche in questa costante dicotomia tra amore e odio. È un amore ostentato a parole, ma che non trova nei fatti alcun riscontro. Ognuno, di Palermo, ama la sua casa. Quel che succede oltre lo zerbino, che attiene alla vita pubblica, non riguarda più il palermitano”.

E da chi la amministra?
“Ma, guardi, chi amministra Palermo è espressione diretta di chi la abita. L'amore degli amministratori rispecchia quello dei palermitani, fatto, appunto, più di parole che di fatti. E poi bisogna precisare che la città, in questo momento, più che male amministrata, sembra non essere amministrata affatto”.

“Palermo è una cipolla” è diventato quasi un biglietto da visita della città, cosa cambierebbe se lo dovesse scrivere oggi?
“Nel mio ultimo libro, “L'arte di annacarsi”, ho inserito un intero capitolo su Palermo, integrando qualcosa rispetto a “Palermo è una cipolla”, che è uscito nel 2006. Da allora, devo ammettere che Palermo ha sceso molti gradini, ma quel libro resta un mix tra ottimismo e pessimismo. Palermo è andata talmente oltre da arrivare a un punto di non ritorno. Io credo che presto o tardi arriverà il collasso e da lì potrà ripartire la rinascita, per questo resto ancora tendenzialmente ottimista”.

Qual è l'aspetto della sua città che tollera meno?
“Questo familismo amorale, che si ritrova ovunque. La ricerca dell'amicizia per tutto, dalla visita medica in ospedale, all'acquisto della macchina, alla scelta della scuola in cui mandare i propri figli. Palermo è un continuo rinunciare ai propri diritti di cittadinanza, in cambio del privilegio”.

Cosa, invece, la rende fiero di Palermo?
“La sua dimensione equilibrata tra paese e metropoli. Ecco, tra questi due estremi Palermo sa essere una buona sintesi. La sua capacità d'integrazione resta ancora oggi l'aspetto che apprezzo di più”.