Live Sicilia

Paolo Patanè, presidente nazionale Arcigay

"Parliamo di diritti e uguaglianza"


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Il Sicilia Pride, la consueta manifestazione di rivendicazione dei diritti delle comunità lgbt (lesbica, gay, bisex, transessuale), quest’anno sarà ospitata a Palermo. Nell’anno del trentennale dalla morte di Giorgio e Tony, i due giovani omosessuali morti suicidi a Giarre, in provincia di Catania, la festa del popolo omosessuale approderà in città. LiveSicilia ha chiesto a Paolo Patanè, siciliano, presidente nazionale di Arcigay, di raccontarci le sue emozioni in attesa dell'evento.

Presidente Patanè, partiamo proprio dal Sicilia Pride 2010. Quale dei numerosi eventi in programma attende maggiormente?
“Tutti noi stiamo vivendo un’emozione grandissima attorno all’organizzazione del Sicilia Pride. credo che per me uno dei momenti più emozionanti sarà quello di Giarre, tre giorni prima della parata. Sarà un evento di rievocazione della vicenda dei due ragazzi di Giarre, al quale interverremo sia io che il sindaco della cittadina catanese. Per la prima volta la loro storia sarà ricordata a livello istituzionale nella loro città, nei luoghi in cui sono vissuti. Per la prima volta Giarre darà visibilità a quella vicenda. È un atto di riconciliazione straordinaria con la loro città. Dopo l’incontro istituzionale tutti insieme, col gonfalone del Comune e lo striscione del Pride, ci dirigeremo in un corteo silenzioso verso il monumento ai caduti. Ecco, il Sicilia Pride viene costruito proprio a partire da queste emozioni e da quell’evento”.

A partire da quello, a chi si rivolgerà il Pride?
“Questo è un Pride che cerca di parlare alla gente, a tutta la gente. È un pride che parla di diritti, di uguaglianza. È un Pride carico di cultura, in cui i diritti, delle comunità lgbt ma non solo, saranno l’unico comune denominatore”.

Dal corteo silenzioso di Giarre all’eccentrica parata di Palermo: perché durante i Pride c’è questa ostentazione dell’omosessualità?
“Intanto bisogna precisare che quella che è definita ostentazione dell’omosessualità è una scelta che viene fatta da una piccolissima parte delle persone che partecipano all’evento. Il punto è che poi quella è l’immagine che viene proposta dai media. È chiaro che se la telecamera inquadra dal basso verso l’alto una transessuale brasiliana in minigonna che balla su un carro, sta dando un determinato taglio alla notizia. Va poi considerato che il Pride è un evento estivo, fa caldo, si sta sotto il sole, per questo si trova un sacco di gente a torso nudo, ma succede a qualunque evento estivo, anche durante i raduni cattolici! Anche il Pride, in fondo, è uno stereotipo”.

Se questa è l’immagine che resta a chi lo guarda alla tv, qual è, invece, l’immagine che resta in chi partecipa alla manifestazione?
“La presenza delle tante mamme, dei tanti padri, delle nonne. Le famiglie, sono sempre presenti ai Pride. E poi, probabilmente, proprio il fatto che la stragrande maggioranza di chi partecipa al Pride, ci va in jeans e maglietta, a differenza dell’immaginario collettivo”.

Quindi quella più eccentrica è soltanto lettura proposta dai media?
“Anche. Non solo. In un pride c’è sicuramente un elemento di affermazione della realtà, per rimarcare che l’omosessualità è un fatto pubblico, non relegato alla vita privata. L’identità e la dignità delle persone ha anche bisogno di spazi pubblici. Come fai ad essere contrario agli atti omofobici e poi non approvare baci pubblici tra persone dello stesso sesso? Il pride, in questo senso, è sicuramente un momento di affermazione di visibilità di una comunità intera”.

Cos’è la tolleranza secondo Paolo Patanè?
“È una cosa orribile. Nel senso che quando in un contesto sociale riappare la parola tolleranza, anche se usata molto spesso in buona fede… non è un bel segnale. Tu tolleri qualcosa o qualcuno quando non ti viene naturale accettarlo. A me piace più parlare di condivisione. Io voglio essere riconosciuto, non accettato”.

Ci racconti il suo primo Pride.
“È stato il World Pride 2000, a Roma. Un milione e mezzo di persone, un’emozione incredibile. Io ero un socio, ma non un militante. Quello è stato un impatto con qualcosa che per me era lontanissimo. Ho avuto la sensazione di essere davvero parte del mondo, di un mondo fatto di persone che avevano vite, sogni, speranze, proprio come me”.