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Lombardo e la conservazione

...E quella di Raffaele


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Raffaele Lombardo ricorda la compattezza degli scogli di Acicastello. Per chi non li conosce: sono sassi ruvidi e bellissimi, fieri come opliti nella battaglia. L'acqua li schiaffeggia, come è logico, senza scalfirli. Ma sono talmente belli gli scogli di Acicastello e così magicamente intrecciati all'odore di gelsomino che sbuca sul lungomare che tu li osservi e non pensi alla legge fisica del liquido che non può buttare giù il solido. Pensi piuttosto a qualche prodigio, a una parola fatata, a un dono degli dei. Attribuisci la forza al cielo.

Raffaele Lombardo - che molti non considerano affatto un dono - ha la stessa ostinata impenetrabilità, sulla bellezza de gustibus. Almeno finora è stato così. Schiaffi su schiaffi, a mezzo stampa, a mezzo Ars, a mezzo opionione pubblica. E lui? Immobile. A dispetto dei crisantemi (non gelsomini) che ogni tanto gli consegnano a domicilio, come pronostico della prossima e fin qui evitata dipartita politica.
Siamo già davanti a una qualità dell'uomo,  naturalmente considerando la politica siciliana per quello che è nel suo inconfessato cuore d'ombra: sopravvivenza nella giungla delle belve feroci. Raffaele Lombardo ha dimostrato un cipiglio da ottimo incassatore. Talvolta, parte all'attacco con i guantoni spianati. E' sempre una danza sul filo della ritirata, del "picchia e fuggi". Colpetti sulle guance degli avversari, con un sarcasmo di chiarissima matrice letteraria etnea, e un passetto indietro, per schivare la replica. Accade pure che i pugni vadano a vuoto. Accade quando il rancore umano per gli uppercut subiti travalica la prudenza e consiglia contraccolpi fuori misura.

Se la sfida di Miccichè è il cambiamento delle regole del gioco,  la fuoriuscita dalla dimensione di ragazzino terribile, di eterna promessa, quella di Lombardo consiste, all'opposto, nella durata, nel rintocco uguale a se stesso. E si sopravvive assai meglio trasformando le parole: metti "riforma" al posto di "conservazione" e il gioco sarà fatto.
Ecco perché Gianfranco Miccichè e Raffaele Lombardo, prima o poi, si troveranno l'uno in  faccia all'altro sul quadrato. Perché ognuno dei due  è il riflesso storto, l'antitesi dell'altro. Checché se ne dica e senza scivolare nel giudizio di merito: uno si percepisce come il  "nuovo" che vuole prepotentemente avanzare prima di diventare vecchio, l'altro è il vecchio, rigenerato dal passaggio indenne attraverso mille cerchi di fuoco,  che si consola con una fiammata di novità. Suonerà la campanella del gong. Un solo dubbio:  la Sicilia sarà ring, arbitro, o sparring partner?