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Intervista a Marco Paolini

"Soli in cerca di spiegazioni"


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Marco Paolini



Marco Paolini è in viaggio. Non è una novità. Difficile immaginare il "contastorie" come uno stato in luogo. Marco viaggia con la sua scabra semplicità, con gli scarponi chiodati delle sue storie imprime solchi profondi nel cuore del Paese che attraversa. Viaggi fisici, di città in città, a  raccontare. Viaggi nel tempo, in altalena, lungo il dorso maculato dei  misteri italiani, delle parole mai dette che tutti vorrebbero ascoltare. Una  fatica da cavaliere solitario quale lui forse non vorrebbe essere. Perché il destino degli eroi scomodi, in Italia, è un canovaccio pensato da un teatrante senza fantasia. All'entusiasmo segue sempre la pallottola metaforica dell'opinione pubblica, o il proiettile vero di uno solo, prima della grande commozione popolare. L'altare, la polvere, i coccodrilli.
Marco Paolini ha scritto "anche"  di Ustica, ha narrato con le sue braccia tese come ali, o pale di mulini a vento,  l'epica straziante di un altro  viaggio che non è finito mai. Quella sera, a bordo della storia, c'erano  ottantuno persone che non tornarono a casa.

Marco Paolini, lei ha narrato la vicenda di Ustica. Ha parlato di cittadini “inadeguati” davanti alla complessità del mistero e dei suoi tecnicismi. E' un'inadeguatezza che fiacca il più paziente degli osservatori. Lei crede che sia questo il paradigma della disattenzione collettiva rispetto ai buchi neri italiani?
“Il fatto è che noi siamo appassionati di finali e di spiegazioni profetiche calate dall'alto. Non ci fermiamo alla ricostruzione passo per passo”.

O tutto o niente?
“Sì, non abbiamo la cultura della perseveranza dei piccoli spostamenti verso la verità. Soffriamo la fatica di comprendere e spiegare, segmento per segmento, la logica di una trama”.

E ci indigniamo, ma la nostra indignazione – l'ha detto lei – dura meno di un orgasmo.
“E dopo, come si sa, viene sonno”.

Cosa accadrà?
“Col tempo, magari,  verrà fuori un giornalista e ci rivelerà tutto con un libro. Un giornalista inglese, per la precisione”.

Perché proprio inglese?
“Perché gli italiani che cercano di capire e di spiegare sono subito  tacciati di implicazioni ideologiche. E si chiude lì”.

Lei racconta storie. La gente si indigna. E poi ha sonno.
“Abbiamo una nostra patologia speciale. Dovremmo pretendere un Paese con magistrati più discreti, giornalisti meno tifosi e un governo meno spiritoso. Un  Paese in cui l'ingranaggio funziona, con i suoi pesi e contrappesi, perché ognuno fa il proprio lavoro”.

Invece?
“Abbiamo bisogno dell'eroico giornalista, del colpo d'ala dell'artista. Ma quando un artista vola è sospetto, si ritiene che racconti soprattutto se stesso. E' capitato a Saviano. Capita a quelli che devono mettere avanti il corpo e il viso, perché intorno c'è il deserto”.

Lei in un'intervista ha dichiarato: davanti alle carte di Ustica ti viene voglia di  bruciare la bandiera. E' una rabbia che sopravvive?
“Ciclicamente. Invecchio anch'io”.

Come si cambia per non morire?
“Non servono nuove leggi, ci vuole una sterzata dal basso. Si cambia solo con  una nuova cultura condivisa”.