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Il processo Di Matteo

Il Graviano show a Palermo:
"La mafia? Solo sui giornali"


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di matteo, giuseppe, santino, Cronaca
A Palermo va in onda il Graviano show. In teleconferenza dal carcere Opera di Milano, Giuseppe Graviano testimonia al processo per il rapimento e l'uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo, delitto che proprio oggi compie 16 anni. Il boss di Brancaccio, indicato come ai vertici della cupola che decise l'attacco frontale allo Stato fra il 1992 e il '93, è un fiume in piena difficile da arginare. “Tutto quello che esce dalla mia bocca è riscontrabile” esordisce e chiede alla corte di intervenire per eliminare la sanzione disposta dal giudice di sorveglianza dopo che nelle precedente udienza aveva salutato gli altri imputati. “Sono stato educato diversamente... la Costituzione non dice che sia vietato salutare”. Poi comincia il suo auto-elogio.

Santino Di Matteo mi ha fatto solo del bene perché mi ha scagionato da due omicidi” dice Graviano in riferimento a uno dei suoi accusatori. Poi, a proposito di Giovanni Grado, aggiunge: “Io ho messo la pace nella sua famiglia”. Con un po' di compiacimento aggiunge che “quando si sono trasferiti conoscevo la località e sono andato a trovare la sorella, Mary, a Forte dei Marmi nel 1993. Se volevo vendetta potevo bussare a casa loro, se uno vuole fare del male tocca le persone più amate”.

Graviano poi attacca le dichiarazioni di Grigoli spiegando come “succede nella mente delle reazioni chimiche per cui si dice il falso pur non volendo” e cita il libro 'I sette peccati della memoria'. E, arrivando al punto inerente il processo, dichiara come dal 1992 ha passato la sua latitanza al Nord. E quindi, di conseguenza, non sarebbe coinvolto nel rapimento e nell'omicidio del piccolo Di Matteo. "Guardate i verbali dei carabinieri che mi pedinavano, quelli che poi mi hanno arrestato" ha aggiunto prima di cominciare il 'solito copione'. “Conosce Matteo Messina Denaro?” chiede il pm Fernando Asaro. “No” risponde Graviano. “Conosce membri delle famiglie mafiose di Misilmeri e Villabate?”. “Nessuno”. “Qual era la sua posizione in Cosa nostra nel 1993?” chiede l'accusa e Giuseppe Graviano lascia aperto uno spiraglio. “Non posso rispondere, i pm mi sono venuti a interrogare, ho risposto, ci sono indagini in corso”. Una risposta ambigua che potrebbe fare riferimento, semplicemente, ai verbali raccolti dai magistrati fiorentini a riscontro delle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza. Ma le parole di Graviano rischiano sempre di avere doppi significati, di essere messaggi trasversali, per cui si va alla domanda netta: “Lei ha fatto parte di Cosa nostra?”. “Sono stato condannato per 41-bis e rispetto le sentenze” risponde. E, dopo lo spiraglio, riprende il copione. “Conosce Leoluca Bagarella?”. “Non lo conosco” risponde Graviano a cui viene chiesto, inoltre, se è a conoscenza dell'esistenza di Cosa nostra. “Sì, da bambini lo leggevamo nei giornali e lo sentivamo in televisione”.

Così si conclude l'interrogatorio mentre Graviano ha ancora voglia di parlare e fa delle brevi dichiarazioni spontanee in cui si propone per sottomettersi alla prova comparativa del dna con i resti biologici trovati nei vari covi individuati come luoghi della prigionia di Giuseppe Di Matteo.