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Il caso di Carmelo Castro

Dieci detenuti per cella
L'inferno di Piazza Lanza


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Catania, Piazza Lanza. Una giornata tiepida di fine marzo di due anni fa, una primavera dolce come tante altre. Siamo all’interno del carcere etneo. Reparto Nicito, quello destinato ai nuovi arrivati. Tra intonaci caduti e l’aria stagnante trascorre l’ennesima giornata di passione per centinaia di persone. Alle 12,20 l’assistente capo della polizia penitenziaria effettua il solito giro di controllo nel reparto a lui assegnato. Sarebbe solo una semplice routine. Ma all’interno della cella numero 9 trova un ragazzo impiccato al letto a castello e dà l’allarme.

Il ragazzo viene portato in ospedale, con un’auto normalissima e non con un’ambulanza, già morto. Ed è così che inizia la tragica vicenda della morte di Carmelo Castro, giovane 19enne di Biancavilla.

Carmelo, con l’accusa di aver partecipato ad una rapina, era stato prelevato da casa sua dai carabinieri. Era in perfette condizioni di salute. L’articolo 27 della nostra Costituzione prevede che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Il caso di Carmelo esemplifica, purtroppo, il contrario. Lo Stato garantisce trattamenti che “tendono alla rieducazione del condannato”? Nel caso di Piazza Lanza i numeri parlano chiaro.

Spesso i detenuti arrivano ad essere il quadruplo di quelli previsti. Durante la visita di un responsabile dell’associazione Antigone i detenuti erano 554, contro una capienza regolamentare di 155 persone. E così molti abitanti della zona del carcere sentono spesso i detenuti picchiare con pentole e forchette sulle sbarre per far sentire la disperazione di vivere in spazi così angusti. Basti pensare che all’interno di una cella sono stipati dagli otto ai dieci detenuti.

Numeri deficitari anche per il personale in servizio. Come rivela un dossier dell’associazione Antigone, al momento dell’ultima visita di un responsabile vi erano 248 agenti in servizio su un totale di 435 unità previste.

Il reparto dove Carmelo è morto, il Nicito, è uno dei peggiori. Pessima accoglienza per i nuovi arrivati: si tratta di un’ala non ristrutturata da molto tempo e in condizioni fatiscenti. Muri scrostati, umidità, 20 celle di 8 metri quadri con 3 detenuti ciascuna. Tutto ciò per la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo costituirebbe un trattamento “disumano e degradante”.

Al contrario degli altri reparti al Nicito non hanno le docce all’interno delle celle. Non c’è un nido, nonostante le 4 donne con bambini piccoli entrate tra il 2009 e il 2010. Per i detenuti stranieri che non conoscono l’italiano la situazione si complica: non esistono traduzioni in altre lingue del regolamento interno della casa circondariale. Per quanto riguarda l’assistenza medica le spese sono ancora a carico dell’istituto. Questo perché ancora la Sicilia non ha effettuato il passaggio della sanità alle strutture pubbliche. E’ quindi capitato che per risparmiare sulle spese il servizio infermieristico sia stato disponibile solo 12 ore e si è scelto di mantenere il servizio notturno.

Sulle condizioni del carcere catanese negli ultimi due anni sono state presentate ben sette interrogazioni parlamentari. Non è arrivata nessuna risposta. Sulla morte di Carmelo Castro sono state presentate 3 interrogazioni. Anche in questo caso lo Stato ha risposto con il silenzio.