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Il pentito Ganci al processo

"Le bombe di mafia del '93?
Non ho capito perché..."


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firenze, ganci, pentito, processo, Cronaca
"Le bombe del 1993? Non ho mai capito il perché. Lo appresi in carcere, dalle confidenze di un affiliato alla famiglia di Brancaccio, Salvatore Benigno, e me lo fece capire mio padre, al quale, quando ci incrociammo ad un processo, chiesi se ci fosse la mafia dietro a questo stragi. Le uccisioni di Falcone e Borsellino? Perché, insieme a Grasso, davano battaglia a Cosa Nostra". Lo ha detto oggi a Firenze, il figlio del boss Raffaele Ganci, il pentito Calogero Ganci, testimoniando al processo sulle stragi del 1993 di Firenze, Roma e Milano dove è imputato il boss Francesco Tagliavia, accusato di aver partecipato all'organizzazione degli attentati. Nella deposizione Ganci ha definito Tagliavia "uomo di fiducia" dei fratelli Graviano. I Ganci, affiliati alla famiglia della Noce, erano i 'custodi' della latitanza di Totò Riina e, tra i loro compiti, c'era anche quello di scortare gli affiliati che volevano parlare con lui. In queste occasioni, Ganci ha riferito di aver visto più volte Tagliavia. "Accompagnava i Graviano a questi appuntamenti - ha affermato il pentito -. Però, come me, non partecipava agli incontri".

Ganci ha parlato, inoltre, del disappunto della sua famiglia per la posizione 'oltranzista' che fu assunta dopo l'arresto di Riina da parte di alcuni esponenti come Bagarella, Brusca e gli stessi Graviano, che prevedeva, dopo le autobombe che uccisero Falcone e Borsellino, anche un attentato al magistrato Piero Grasso, e lotta al carcere duro dopo l'introduzione del 41 bis e la legge sui pentiti. Prima di Ganci sono stati ascoltati altri due pentiti, Giovanni Drago ed Emanuele Di Filippo. Per il 25 gennaio è prevista l'audizione dell'ex ministro Giovanni Conso e l'ex direttore del Dap, Nicolò Amato. "Angoscia" per "un'udienza gravosa e pesante per le vittime delle strage di via dei Georgofili" è stata espressa dalla presidente dell'associazione dei familiari Giovanna Maggiani Chelli. "Angoscia che nasce - ha spiegato Maggiani Chelli - dalla mancanza di un perché sulla strage, rinnovata attraverso le deposizioni di collaboratori di giustizia e testimoni oggi da 197 bis, ma in passato collaboratori di giustizia. Informatissimi sulla mafia fino al 1992, Drago, Di Filippo e Ganci, sono digiuni in assoluto sulle stragi del 1993".

"La legge sui pentiti è stata un danno per Cosa Nostra, c'era una vera guerra con i collaboratori e i loro parenti. Lo stesso per il regime detentivo secondo il 41 bis: c'erano lamentele nell'ambiente mafioso, si diceva di maltrattamenti nelle carceri, ricordo pure che si stava organizzando di ammazzare certi poliziotti penitenziari. Qualcuno era già stato individuato". Lo ha rivelato il pentito di mafia Calogero Ganci sentito oggi come testimone in un processo a Firenze dove unico imputato è il boss Francesco Tagliavia, accusato di aver partecipato all'organizzazione delle stragi del 1993 a Firenze, Roma e Milano. Calogero Ganci, figlio del boss Raffaele Ganci, ne ha parlato ricordando il disappunto che c'era in quel periodo all'interno della sua famiglia per la posizione assunta dopo l'arresto di Riina da parte di esponenti di spicco come Bagarella, Brusca e i fratelli Graviano che, dopo le stragi per uccidere Falcone e Borsellino, prevedevano di colpire il magistrato Piero Grasso e attivare una reazione al varo del 41 bis e della cosiddetta legge sui pentiti.