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Il caso

De Mauro, parla un altro pentito
"Cosa nostra e il golpe Borghese"


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mauro de mauro, palermo, pentito, Cronaca
Spunta un nuovo pentito, l'ex capomafia Rosario Naimo, passato nei ranghi dei collaboratori di giustizia, due giorni dopo l'arresto, avvenuto il 27 ottobre dell'anno scorso, nel processo per l'omicidio del cronista de L'Ora Mauro De Mauro. Il giornalista venne rapito il 16 settembre del '70 e il suo corpo non è mai stato ritrovato. Del delitto è imputato il boss Totò Riina. Al pm Sergio De Montis, pubblica accusa al dibattimento in corso davanti alla corte d'Assise, Naimo, che deve scontare una condanna a 26 anni per mafia e traffico di droga con gli Usa, ha raccontato le confidenze ricevute nel 1972 dal mafioso Emanuele D'Agostino, braccio destro del boss di Santa Maria di Gesù Stefano Bontade. Appena ritornato dagli Stati Uniti Naimo incontrò D'Agostino che gli rivelò di avere preso parte al sequestro di De Mauro insieme ad un'altra persona di cui non sapeva il nome. I due avrebbero avvicinato il cronista fingendo di averlo scambiato per un'altra persona, poi l'avrebbero portato in un terreno - Fondo Patti - dei boss Madonia di S. Lorenzo.

Sempre secondo Naimo, che riferisce le parole di D'Agostino, ad attendere De Mauro c'erano diversi mafiosi tra i quali Riina e Ciccio Madonia. Il giornalista sarebbe stato strangolato e il suo corpo sarebbe stato lasciato nel fondo per un po' di tempo e poi spostato e fatto sparire. Naimo non seppe da D'Agostino, poi morto assassinato, il movente del delitto.

Le parole di D'Agostino, riferite da Naimo, confermerebbero la tesi della procura che individua nella mafia e in particolare in Riina l'esecutore materiale del delitto che sarebbe stato, però, voluto da altri. Sui mandanti e il movente, di cui Naimo non parla, i collaboratori, nel tempo, hanno dato diverse versioni. Francesco Di Carlo, ad esempio, che pure parla del ruolo di D'Agostino nel delitto, dice che De Mauro venne ucciso perché aveva scoperto il golpe borghese e l'alleanza stretta tra la mafia e il principe della Decima Mas. Altri collaboratori, invece, ricollegano l'omicidio alle verità scomode che De Mauro avrebbe scoperto indagando, per conto del regista Rosi, sul caso Mattei. Naimo che, nei suoi interrogatori, conferma, comunque, l'interesse di Cosa nostra nel golpe borghese, potrebbe essere chiamato a deporre al processo De Mauro. La sua citazione in aula è stata chiesta dal pm De Montis che ha depositato i verbali di interrogatorio. La corte deciderà alla prossima udienza del 21 gennaio.

Hanno accertato sostanzialmente l'autenticità dei documenti prodotti da Massimo Ciancimino i periti della Scientifica chiamati a pronunciarsi sulla datazione e sulla paternità delle carte che sarebbero state scritte dal padre del teste della trattativa, l'ex sindaco di Palermo, Vito, sul caso De Mauro. I documenti - tre post it, tre fogli scritti al computer e alcuni appunti manoscritti su due giornali - sono stati depositati agli atti nel processo per l'omicidio del cronista Mauro De Mauro che vede imputato il boss Totò Riina. Nelle carte l'ex sindaco scriveva sostanzialmente che il procuratore di Palermo Scaglione fu ucciso perché indagava sul delitto De Mauro e che sia il magistrato che il giornalista sarebbero stati eliminati "dai paesani": espressione che, secondo gli inquirenti indicava i corleonesi di Totò Riina. Ciancimino, infatti, era originario di Corleone. I due periti della scientifica di Roma hanno sostenuto che la carta utilizzata per i post it e per i fogli scritti al computer é databile tra l'83 e il 90. Quanto agli appunti scritti a mano sui giornali gli esperti non hanno dubbi sulla riconducibilità a Ciancimino, mentre i caratteri presenti sui post it non sono sufficienti per una attribuzione certa. Al termine dell'udienza il pm Sergio De Montis, oltre a chiedere l'esame del nuovo pentito Rosario Naimo, che racconta particolari inediti sull'omicidio, ha chiesto la produzione di una sentenza definitiva a carico di Riina di alcuni documenti della Commissione nazionale antimafia.

Cosa nostra era coinvolta nel progetto golpista del principe Borghese. Lo sostiene il pentito Rosario Naimo. "Conobbi Riina nel 1972 a Catania - ha raccontato, tra l'altro ai magistrati nel verbale del 7 gennaio - a casa di uno dei fratelli Calderone (boss catanesi n.d.r.). Nell'occasione erano presenti anche Giuseppe Giacomo Gambino, Domenico Coppola e Gino Martello". "In quella occasione - ha proseguito - gli altri discutevano del colpo di stato del generale Borghese, del fatto che Cosa nostra era coinvolta nel progetto e che era previsto un segno di riconoscimento consistente in una fascetta che gli uomini d'onore dovevano apporre al braccio".