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Oggi la cassazione

Ecco cosa rischia Cuffaro


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cassazione, cuffaro, processo, Cronaca
E' il giorno del giudizio per Totò Cuffaro. L'ex presidente della Regione siciliana, oggi, potrà conoscere cosa gli riserverà il futuro. La sua posizione, insieme a quella di altri 10 imputati al processo alla cosiddette “talpe alla dda”, approda alla corte di Cassazione per il giudizio definitivo. E, nel caso in cui i giudici di legittimità dovessero decidere di non accogliere il ricorso avverso alla sentenza d'appello che condannava il senatore del Pid a 7 anni per favoreggiamento con l'aggravante dell'agevolazione mafiosa, per Cuffaro scatterebbe l'arresto immediato e il suo trasferimento in un penitenziario. Ma questa è solo una delle opzioni che la Suprema Corte si trova di fronte.

Le opzioni. Il sostituto procuratore generale Giovanni Galati rappresenta la Procura della Suprema Corte e avanzerà, nella sua requisitoria, le richieste sulle pene inflitte. La corte potrebbe decidere di annullare la sentenza senza rinvio al secondo grado di giudizio e, in questo caso, Cuffaro verrebbe assolto in via definitiva. Un altro caso che potrebbe verificarsi è l'annullamento con rinvio alla corte d'Appello di Palermo che dovrebbe celebrare nuovamente il giudizio di secondo grado tenendo conto delle osservazioni della Cassazione. Ciò comporterebbe un allungamento dei tempi del processo che vedrebbe avvicinarsi i tempi di prescrizione.

Se invece la Suprema Corte ritenesse destituito di ogni fondamento l'aggravante dell'agevolazione mafiosa – così come accaduto nel giudizio di primo grado – il reato sarebbe già prescritto e quindi Cuffaro sarebbe un uomo libero. Infine il già citato caso in cui la corte accoglierebbe la sentenza della corte d'Appello, rigettando il ricorso, e confermando la pena a sette anni in via definitiva. In questo caso per Cuffaro si aprirebbero le porte del carcere.

Insieme a Cuffaro, contro il verdetto emesso lo scorso 23 gennaio, ha fatto ricorso anche l'ex manager della sanità privata Michele Aiello, accusato di essere prestanome di Bernardo Provenzano e artefice della rete riservata attraverso la quale venivano svelate le notizie sulle indagini di mafia. Nel processo d'appello gli è stata comminata una condanna a 15 anni di carcere mentre a otto anni è stato condannato l'ex maresciallo del Ros, Giorgio Riolo, anche lui ricorrente in Cassazione.