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Tra leccapiedi e sciacalli
La psicopatologia del potere


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Salvatore Cuffaro è in carcere. E' colpevole. E' nel posto che spetta ai colpevoli. Non solo. E' colpevole di una colpa gravissima che getta un'ombra tremenda sulla Sicilia e sul suo percorso personale. Dal punto di vista politico e morale


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Salvatore Cuffaro è in carcere. E' colpevole. E' nel posto che spetta ai colpevoli. Non solo. E' colpevole di una colpa gravissima che getta un'ombra tremenda sulla Sicilia e sul suo percorso personale. Dal punto di vista politico e morale, la censura è sacrosanta, la rabbia degli onesti è legittima, giusto è lo sgomento dei siciliani sinceri, che amano la loro terra.

Ma ci sono cose dette, tra cielo e terra, a margine della conferma della Cassazione, che non ci appaiono provviste della necessaria continenza e della lucidità che ci vorrebbe nel tunnel di un passaggio epocale. La vicenda di Salvatore Cuffaro è un perfetto manuale della psicopatologia del potere.
Regna un'illusione dominante e pericolosa: l'idea che con Salvatore Cuffaro in galera, e in dissolvenza, sia morto di riflesso il “Cuffarismo”, vale a dire quel sistema clientelare e un po' sporcaccione di rapporti che in Sicilia raccoglie e governa il consenso, favorendo questa o quella carriera. Eppure, a prima vista, i riti del Palazzo non sono diversi da allora, da quando Totò regnava. Siamo in una Regione con un presidente sotto i riflettori per questioni attinenti a frequentazioni pericolose e con un ex presidente che sta pagando per favoreggiamento alla mafia. Le storie dell'innocente Raffaele Lombardo e del colpevole Salvatore Cuffaro sono concretamente e giuridicamente irriducibili, non accostabili. Però, l'aria che spira intorno agli scranni siculi della politica non ci appare purificata. Nessuno, fin qui, ha spalancato la finestra. Nessuno si sta prodigando per una svolta reale e irrinunciabile nel senso della moralità e della trasparenza. Il voto di scambio è un meccanismo consolidato, o no? O con Cuffaro dietro le sbarre siamo improvvisamente diventati membri della confederazione elvetica?

Moralità e trasparenza? Va bene. Stiliamo un piccolo elenco “a contrario”, suscettibile di integrazioni e correzioni. Non è moralmente accettabile, per esempio, né trasparente il comportamento del Pd regionale. I democratici – è storia, mica invenzione - governano con l'avversario "diabolico", col babau di ieri, con colui che definirono “l'altra faccia della medaglia del Cuffarismo”. Oggi, significa l'altra faccia di un amico di Cosa nostra. E dormono sonni tranquilli. La base di quel partito ha più volte segnalato il suo malessere, che è stato trattato con diktat bulgari e commissariamenti. Esattamente il contrario dell'identikit di una fazione politica che si vanta della sua contaminazione felice e perenne con tutti gli iscritti. Capiamo e scusiamo fin da subito le eventuali reazioni iraconde di qualche dirigente del Pd. Non è mai piacevole leggere l'amara verità. Forniamo gratis un suggerimento terapeutico: una telefonata all'ex segretario del Pd di Caltagirone, Cardiel, per farsi spiegare l'intreccio.

Non è morale lo sciacallaggio che impera su Facebook, con fantomatici gruppi su cannoli e coppole. Lo scherno per un uomo in ginocchio si qualifica da sé e qualifica chi lo fa. La soddisfazione della giustizia finalmente compiuta è salutare, la rabbia civile per un universo politico corrotto è un patrimonio. Lo sfottò alla preda in catene, quando non può più difendersi, è una porcata.
Come è una tracimazione ciò che – su muri cartacei o virtuali – scrivono alcuni colleghi. Ieri discreta parte della categoria leccava la mano al satrapo. Ora gli sputano in faccia, nello spettacolo desolante di una grottesca piazzale Loreto.

Non è complessivamente morale e accettabile, infine, la risacca anomala della Sicilia. Siamo ancora abituati ad andare col cappello in mano dal potente, almeno finché è in sella. Salvatore Cuffaro non ha regnato così a lungo per un golpe militare o per l'imposizione di un dio nemico. E' stato innalzato nel suo ruolo dalla stragrande maggioranza dei suoi conterranei. Molti non hanno cessato di volergli bene, contro ogni evidenza, ed è un sentimento tutto sommato umanamente comprensibile, purché si tenga in tasca come un'Ave Maria la sentenza d'appello, confermata dalla Suprema Corte.  Altrettanti non hanno smesso di mercanteggiare voti e favori col reuccio di turno. Hanno soltanto trovato riparo presso una diversa bandiera.  Eppure, gli stessi dicono che tutto sta mutando, tutto sta cambiando sul serio. E si chiamano onesti.