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I riti

La devozione del potere


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C’è il rosario di Cuffaro nell’acquasantiera del potere che è “Smack, Smack” ma anche “questa volta rischio ma ho fiducia nelle istituzioni”, sigh! E liberaci dal carcere! Eppure è il rosario, più delle bustarelle del “mariuolo” Chiesa e dello Sganerello-Spinelli: cinquemila euro nel disco d’Apicella –“Ma solo se me lo chiedono”- l’archetipo del potere perché è consustanziale al credo dei potenti che è quello di servire e mai di servirsi di esso. Non è quindi né sudditanza e forse neppure consenso, il potere siciliano, ma è soltanto la convinzione di utilizzare il potere in vece di tutti un po’ come la difesa del Grande Inquisitore: « Con noialtri tutti saranno felici, e non continueranno più né a ribellarsi né a sterminarsi, il peccato lo assumeremo a carico nostro». E’ allora più sacramento -così come politica è festa religiosa che non è altro che la prosecuzione del calcio con altri mezzi: i calci a chi è infedele- più che compromesso, perché “Io sono io e tu non sei un cazzo!” che rimane l’epitome delle opere che si studiavano nei partiti prima dell’avvento di “Chi”.

Non è l’isola del consenso questa, semmai della devozione, ed è devozione quello del patronage politico oltre che sistemazione perché in ogni gesto di potere che si dispiega c’è una sottrazione di responsabilità e d’incertezza che rimane il pericolo dell’Etna, dello scirocco che tutto può distruggere ma anche delle piogge che non arrivano e “la spiga non crisci”. Non può quindi attecchire il consenso perché in realtà non c’è isola più diversificata al suo interno come non c’è isola più legata dall’amicizia e dall’invidia ed infatti basta guardare ogni comizio per leggere gli “a parte” di Goldoni e di De Roberto e capire che non c’è applauso che non sia un tradimento futuro e un ghiribizzo di drammaturgia.

Ma nello stesso tempo è il paese che si vuole troppo bene di Vassalli “perché anche la mafia è un volersi eccessivamente bene” e che fa del potere cricca, associazione, famiglia allargata, conclave perché cardinalizio è il privilegio. Il potere in Sicilia è quindi un eterno pleonasmo, un’esagerazione come esagerata è l’estasi, barocca la cucina, atticciata la statura come quella di Cuffaro che appunto prega prima, e si affida alla Madonna dopo la condanna piuttosto che al rimorso o all’errore. Ed è infatti Cuffaro che incarna del potere la sua parabola: il martirio, quella componente imprescindibile che in Sicilia è necessaria per lottare contro il drago che sarebbe lo Stato, la magistratura, l’impiegato comunale: specie vituperata. Per quel che se ne pensi, la condanna è soltanto un’opera di evangelizzazione, è appunto l’allargamento dell’autorità partendo dai bassifondi perché il potere è sempre una salita orizzontale: un’evasione al contrario.

Quello vero (il potere)è una predicazione fatta nella melassa del rancore, delle unghie che grattano la calce dei muri: sempre anti- qualcosa o qualcuno ed per questo che si porta come strascico la cattiva educazione del gruppo che per sua natura è contro. Il potere è quindi un noviziato omosessuale di baci, elenchi telefonici e pacche sulle spalle: è l’aiuto di Cuffaro all’amico e il caffè all’autogrill di Lombardo - un grande oratorio dove tutti pregano. Se per l’operaio di De Andrè “non ci sono poteri buoni”, qui il “potere logora chi non ce l’ha” e tanto logora che il Pd si sta logorando senza averlo per rimanere avvelenato come i funghi cittadini di Marcovaldo.

In Sicilia è sempre uno sbarco, una deroga, un commissariamento, una costituzione. Servi o padroni? No, cortigiani con una boccetta di veleno al collo perennemente sotto processo come Fabrizio del Dongo e perennemente pronti a servirci del potere per sottrarcene. La storia del potere italiano è un processo per avvelenamento. A Stendhal.