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L'intervento

Al di là di ogni ragionevole dubbio


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Ospitiamo questo articolo del giornalista professionista Giulio Ambrosetti (nella foto), sui dubbi che restano in merito alla sentenza definitiva di sette anni a Totò Cuffaro.


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di Giulio Ambrosetti

La carità, ci ricorda la Chiesa, copre una moltitudine di peccati, mentre la giustizia terrena, in certi casi, deve provare a coprire una moltitudine di dubbi. Se poi c’è di mezzo una condanna pesante con un macigno, magari pronunciata dalla Suprema Corte di Cassazione, dovrebbe essere d’obbligo, per i giudici che la pronunciano, se non la certezza del reato commesso, almeno un granitico convincimento “oltre ogni ragionevole dubbio”. E sono stati veramente coraggiosi, i giudici che hanno condannato definitivamente l’ex presidente della Regione siciliana, Totò Cuffaro, a sette anni di carcere per favoreggiamento alla mafia.

Perché ci vuole un coraggio da leoni per pronunciare una condanna di una severità che in Italia non si era mai vista prima: e di pronunciarla non in presenza di prove schiaccianti, ma davanti a una tempesta di dubbi. A questi giudici va riconosciuta - in questo caso senza ombra di dubbio - una capacità quasi talmudica di governare le umane incertezze, ovviamente al netto di possibili rimorsi, se è vero che, alla fine, anche loro non sono altro che ministri di una Giustizia più alta, alla quale un giorno dovranno rendere conto come tutti i mortali di questa terra.

Già, i dubbi. Che in questa vicenda sono veramente tanti. La sentenza, per esempio. La questione l’ha sintetizzata il collega Toni Zermo con la sua consueta chiarezza: “Il punto - scrive Zermo - è che mentre il Pg riteneva sussistere solo il favoreggiamento di singole persone e non di Cosa nostra, il collegio giudicante ha ritenuto che questo si sia tradotto concretamente in sostegno all’associazione mafiosa”. Una tesi, a quanto abbiamo letto sui giornali, che il collegio giudicante ha adottato a maggioranza. Dunque una decisione sofferta. Un pronunciamento che contraddice la tesi della Procura generale - cioè della pubblica accusa - che aveva chiesto di eliminare l’aggravante mafiosa per mancanza di prove.

In questo scenario carico di dubbi, l’unica cosa certa è che Cuffaro dovrà scontare sette anni di galera. Una pena pesantissima. A questo punto c’è da augurarsi che i giudici della Cassazione trovino le parole giuste per motivare una sentenza di condanna che appare sproporzionata rispetto ai fatti e, soprattutto, rispetto all’uomo-Cuffaro. Se non altro perché hanno condannato un personaggio pubblico, infliggendogli un marchio che gli resterà addosso per tutta la vita. E non è, in coscienza, una cosa da poco. Anzi.

Tante cose in questa vicenda - umana prima che giudiziaria - hanno lasciato il segno. A cominciare dalla solitudine dell’imputato. In tutti questi anni - soprattutto dall’esplosione di Tangentopoli, nei primi anni ‘90 (che in Sicilia ha preso il nome di Mafiopoli), fino ai nostri giorni - sono stati celebrati tanti processi penali per mafia che hanno coinvolto uomini politici di alto rango. Con esiti altalenanti: assoluzioni e condanne (con una certa prevalenza delle prime).

Il processo su mafia e politica più celebre è, di certo, quello celebrato a Palermo a carico del sette volte Presidente del Consiglio, senatore a vita Giulio Andreotti. Conclusosi, è noto, con un’assoluzione che, tra il secondo e il terzo grado, forse in onore a Gorgia da Lentini, ha acquistato una bizzarra connotazione sofistica: il leader democristiano avrebbe avuto rapporti con la mafia fino al 1980, per poi dedicarsi a sacrosante attività antimafiose sino al momento in cui è finito sotto processo. Una trovata elegante, appunto, per dire che sì, il reato di mafia c’era stato, ma che, durante la celebrazione del processo, era già bell’e prescritto.

Esercizi retorici a parte, rimane agli atti un libro dato alle stampe da Giancarlo Caselli - il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo che ha messo sotto accusa per mafia Andreotti - dove non si risparmiano critiche alla sentenza di primo grado che ha assolto il leader della Dc. Quella mentalità giudiziaria un po’ convenzionale in base alla quale le sentenze si rispettano e basta - mentalità della quale Caselli era stato tra i protagonisti - lo metteva improvvisamente sotto accusa, indicandolo tacitamente come un magistrato che attaccava la giurisdizione.

Caselli sosteneva che i giudici di primo grado che avevano giudicato Andreotti innocente avevano finito con il “metabolizzare” l’atmosfera che si era creata nel capoluogo dell’Isola nei lunghi mesi del processo. L’ex Procuratore della Repubblica di Palermo aveva ragione. Perché, man mano che il processo Andreotti andava avanti - grazie anche a un’attenzione dei media divisa tra innocentisti e colpevolisti, con i primi che, piano piano, prendevano, anche se lievemente, il sopravvento sui secondi - veniva fuori un impalpabile comune sentire che lasciava presagire un esito del processo favorevole per il leader democristiano. Quasi una sorta di volontà generale che guidava misteriosamente verso l’assoluzione di Andreotti le menti di chi era chiamato a giudicarlo.

Un filo sottile, un impercettibile senso di umanità, se non di simpatia, che, ora più inteso, ora meno intenso, ha pervaso anche altri processi su mafia e politica: si pensi alla vicenda giudiziaria che ha coinvolto Francesco Musotto, culminata in un’assoluzione; o al processo, sempre per mafia, intentato a Calogero Mannino, conclusosi - anche se dopo un calvario giudiziario durato quattordici anni - con l’assoluzione.

Ebbene - caso unico, forse, nei processi per mafia e politica celebrati a Palermo - nemmeno una vaga essenza di questa simpatia-umanità è stata rintracciabile, sin dalle prime battute, nel processo intentato a Cuffaro. Quasi per una crudele e inesorabile legge del contrappasso, l’uomo politico più popolare della Sicilia è stato subito inquadrato come un uomo dal destino segnato: un condannato non ancora condannato che sarebbe stato di certo condannato.

C’è stato solo un momento in cui una storia che è sempre sembrata scritta prima potesse prendere una piega diversa. Ciò si è verificato quando il pubblico ministero della Cassazione ha chiesto, come già ricordato, di far cadere l’accusa di mafia. Il dubbio, che sgomentava Friedrich Durrenmatt, circa la difficoltà, se non l’impossibilità, per la giustizia degli uomini, di arrivare alla verità, è durato solo lo spazio di un giorno. Nelle ventiquattr’ore che hanno separato la richiesta del Pg dal pronunciamento dei giudici della Corte Suprema, a leggere i giornali, la notizia non è mai stata la sofferta presa di posizione di un Pubblico ministero della Cassazione che, nel nome del dubbio, metteva in discussione un impianto accusatorio fino a quel momento granitico. La notizia era che Cuffaro, una volta caduta l’accusa di mafia, nell’aprile di quest’anno, complice la prescrizione, sarebbe tornato un uomo libero.

Da qui la nostra domanda. La condanna, o meglio, il marchio a vita di mafioso che è stato impresso a Cuffaro è il frutto del libero convincimento dei giudici circa le sue effettive e dimostrate responsabilità penali “oltre ogni ragionevole dubbio” o, in presenza di dubbi (avvalorati, appunto, dalla richiesta del Pg di far cadere le accuse di mafia), si è preferito comunque condannare l’imputato perché l’alternativa al marchio di mafioso a vita appariva fin troppo liberale?

Noi non siamo giuristi. Siamo solo persone che cercano, con i propri limiti - che sono tanti - e con i propri mezzi modesti di scandagliare, in presenza di fatti che colpiscono i nostri sentimenti, i misteri dell’animo umano e, perché no?, anche il ‘mistero del processo’. Ci permettiamo di osservare che, nel processo Cuffaro, le due posizioni in cui si sono trovati di fronte giudici e imputato non sono affatto isomeriche. Perché un conto è condannare un uomo sulla base di prove certe ed oggettive e altra e ben diversa cosa è condannarlo in presenza di dubbi atroci, soprattutto se le vie seguite nelle due modalità di condanna arrivano incredibilmente a comminare la stessa pena. Che in questo caso è il già ricordato marchio di mafioso a vita.

Ognuno, nella vita, nell’esercizio del lavoro che è chiamato ad esercitare nella società, si assume le proprie responsabilità, anche davanti alla storia. Proprio quest’anno ricorre il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia. Una storia, quella del nostro Paese, che è anche - e spiace dirlo - contrassegnata dalla presenza costante dalla mafia. Ebbene, alla luce di questa sentenza, scoprire che in centocinquant’anni Totò Cuffaro è l’uomo politico italiano più mafioso della storia d’Italia ci lascia perplessi e sgomenti.

In un Paese dove troppo spesso la convenienza sostituisce la coerenza, tutto è utile per raggiungere un risultato, politico o giudiziario che sia. Ma forse, ogni tanto, magari quando di mezzo vanno carne e sangue di uomini, dovremmo riflettere un po’ di più sulle parole di San Paolo, quando ci ricorda che nella vita “tutto mi è utile ma non tutto edifica”.