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Il caso Cuffaro

Quello che non spiegano
Casini e i suoi fratelli


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(rp) Scrive Lodovico Festa su 'Libero': "Cuffaro non è stato un personaggio marginale nella politica italiana, bensì quello che ha garantito a Casini la sopravvivenza: senza i voti dei siciliani non vi sarebbero stati né Ccd, né Udc. Il leader dell'Udc chiede a Berlusconi di farsi da parte per qualche festino privato, ma che cosa si dovrebbe chiedere a chi è ancora in politica solo grazie a un favoreggiatore della mafia?".
Lasciamo perdere l'appendice fatalmente berlusconiana. Osiamo l'inosabile: discutere di politica senza citare né Ruby, né Silvio Berlusconi, né il Papa.
Il paradigma casiniano intercettato da Festa riguarda diversi soggetti e non appare campato in aria. Qualcuno ha ricevuto tangibili favori politici da Salvatore Cuffaro. Altri l0 hanno frequentato, lo hanno blandito, lo hanno vezzeggiato finché era un potente. E non ci riferiamo ai clientes della plebe, forse scusabili. Si tratta di altissimi personaggi di lungo corso, di capipopolo col pelo sullo stomaco. Qualche Papavero avrà fatto pure la voce grossa tra i banchi dell'Ars. Ma si sa che la disfida lì è spesso una commedia, un divertissement per il pubblico gonzo che ancora crede nell'esistenza di interessi generali per cui valga la pena di battersi, mentre ne sussistono di particolarissimi che provocano sotterranee e ferocissime guerre, quasi mai orecchiate dall'opinione pubblica. Il teatrino dei pupi, del resto, serve proprio a questo, a distogliere l'attenzione. E' un'arma di distrazione di massa, mentre le vere e cruente battaglie si consumano altrove.

E dunque, gli avvertiti signori che hanno frequentato il reietto Cuffaro nel fulgore del suo volo, quelli che erano pappa e ciccia, quelli che lo disprezzavano, però poi si concedevano un caffè e relazioni fruttifere con lui, che ne pensano dell'obsoleta questione morale? Certo, la sentenza della Cassazione è roba di pochi giorni fa. Tuttavia, sulle clientele e sulle frequentazioni non commendevoli di Totò si chiacchiera da tempo immemore. Possibile che gli illibatissimi censori dell'ultima ora e coloro che, come Casini, "rispettano le sentenze e credono nell'innocenza del condannato", senza presagire la sussistenza di una contraddizione semantica, non avessero sentore dell'olezzo di guasto della mercanzia di Totò? Impossibile, lo riteniamo. Non sono, non erano né boy scout, né chierichietti. Sulla lavagna che non sa più distinguere i buoni dai cattivi, c'è personale consumato e scafato che oggi dovrebbe avere almeno l'onestà di ammettere: caro Totò, abbiamo preso i tuoi maleodoranti voti finché ci servivano, senza turarci il naso, senza nemmeno azzardare quella selezione che sarebbe compito dei partiti onesti, quando vogliono eliminare batteri infetti. Probabilmente, siamo moralmente corresponsabili del degrado della vita pubblica, perché non abbiamo vigilato. Preferenza non olet, capisci? Adesso, grazie e buona galera. Questo dovrebbero dire Casini e i suoi fratelli. Purtroppo,  chissà perché, non lo diranno mai.