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Il processo

De Mauro: mafiosi e spioni
dietro la sua scomparsa


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mauro de mauro, Cronaca
"Un sistema di collusioni tra la mafia e certe entità esterne e altri interessi", lo stesso che Giovanni Falcone chiamava "un ibrido connubio". Sarebbe questa la tela che ha imprigionato il giornalista de L'Ora Mauro De Mauro e che lo ha portato alla morte nel 1970. A Palermo si processa una storia vecchia, densa di misteri e passata attraverso i decenni. Unico imputato il capo dei capi, Totò Riina, perché, come spiega il procuratore aggiunto
Antonio Ingroia nella sua requisitoria, "tutti quelli che hanno avuto un ruolo nel sequestro e nella soppressione del giornalista, Gaetano e Antonino Badalamenti, Luciano Liggio, Mimmo Teresi, Antonino Grado, Emanuele D’Agostino e Stefano Giaconia, sono tutti morti. Così come tanti investigatori e tanti testimoni".

Da questo intreccio di poteri criminali e deviati sarebbe partito l'ordine di eseguire un "delitto preventivo". De Mauro, poco prima di morire, infatti, aveva confidato di avere per le mani qualcosa in grado di far tremare tutta l'Italia. Cosa esattamente non è dato saperlo. Anche il procuratore di Palermo, Pietro Scaglione, con cui De Mauro si confidava è stato ucciso poco tempo dopo. Le piste battute fin dall'inizio del processo - nel quale si è cercato di ricostruire il movente che ha portato Cosa nostra all'omicidio - sono state due: il delitto Mattei e il mancato golpe Borghese.

Storie antiche, come detto, ma che vedono coinvolte le due stesse entità: mafia e apparati deviati dello Stato. Della pista "nera" ha parlato, fra gli altri, il pentito Antonio Calderone. Cosa nostra era stata coinvolta (in cambio amnistia per tutti e revisione dei processi) ma era diffidente per il precedente del regime fascista che in Italia aveva 'rotto le ossa' alla mafia siciliana. Mauro De Mauro, che in gioventù era stato militante della "X-mas", avrebbe avuto per le mani lo 'scoop' e sarebbe stato pronto a pubblicarlo. Per questo andava fatto fuori e, per farlo, si sarebbe fatto ricorso ai sicari di Cosa nostra.

L'altra pista porta dritto a un intrigo internazionale. Enrico Mattei, a capo dell'Eni, aveva sconvolto gli equilibri mondiali della produzione energetica. Per dirla con le parole del pentito della mafia gelese, Antonio La Perna, "dava fastidio agli americani". E' ormai noto che l'aereo dal quale è precipitato morendo nel 27 ottobre 1962 è partito da Catania e qui, si presume, sia stato manomesso. Ancora La Perna ha raccontato come sarebbe dovuto essere un gruppo di fuoco della famiglia di Gela a doversi occupare dell’uccisione di Mattei. “Solo in un secondo momento, qualche giorno prima della data in cui doveva compiersi l’omicidio - ha aggiunto il collaboratore - che dovevamo fare per un favore a Giuseppe Di Cristina (boss mafioso di Riesi, nel Nisseno, ndr), siamo stati informati da Angelo e Crocifisso Emmanuello che l’incarico di compiere quell’attentato era stato dato ai catanesi, perché noi non eravamo all’altezza”.

Ma cosa c'entra De Mauro con Mattei? Semplice, il giornalista stava lavorando col regista Francesco Rosi che stava girando il film "Il caso Mattei".  Non è un caso, ha sottolineato Ingroia, che ci siano state manovre e depistaggi che hanno frenato le indagini, di cui ha testimoniato l’allora pm Ugo Saito. Il magistrato aveva raccolto la confidenza del vice questore Boris Giuliano su una riunione di apparati investigativi e servizi segreti a villa Boscogrande. In quella occasione, ha sottolineato l’accusa, venne deciso di depotenziare le indagini che sembravano avviate verso certi apparati dello Stato. Anche i carabinieri, ha aggiunto Ingroia, si sono impegnati a creare piste alternative con l’obiettivo di spostare l’attenzione della magistratura dagli ambienti che erano coinvolti nell’organizzazione del delitto.

Oltre ai depistaggi il pm ha fatto riferimento insistito anche alla singolare “assenza di notizie” negli archivi dei servizi e degli apparati investigativi ma anche alla “sottrazione delle prove”. Tra gli episodi oscuri citati da Ingroia anche l’improvvisa e “improvvida” apertura del cassetto della scrivania di De Mauro nella redazione del giornale L’Ora. L’operazione fu decisa e compiuta dai vertici del giornale “prima dell’arrivo dei familiari e degli investigatori”. Un altro indizio su una strategia di inquinamento delle prove é rappresentato dal fatto che in mano agli inquirenti sono finiti appunti di De Mauro depurati e quaderni con fogli strappati. E’ perfino scomparso il nastro sulla vicenda di Enrico Mattei, che secondo le testimonianze dei familiari il giornalista “ascoltava e riascoltava in continuazione”.