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Processo Di Matteo

Spatuzza affronta Graviano:
"Dai un bel segno, ora pentiti"


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di matteo, spatuzza, Cronaca
(di Lara Sirignano -ANSA) A separarli fisicamente ci sono un paravento e una decina di passi. Ma tra Giuseppe Graviano, stragista con un centinaio di omicidi sulle spalle, e il suo ex braccio destro Gaspare Spatuzza, "Asparino", l'uomo che sta riscrivendo la storia delle stragi di mafia, in realtà c'é un mondo. Il mondo di Cosa nostra. Quello di cui il padrino di Brancaccio che fece uccidere padre Pino Puglisi fa ancora parte e che il suo killer più fidato ha lasciato. Il boss e il pentito non sono mai stati più lontani di oggi. Oggi che - nell' aula bunker di Rebibbia, a Roma - avevano la possibilità di affrontarsi davanti alla corte d'assise di Palermo che giudica entrambi p
er il rapimento e l'omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, il bambino sequestrato da un commando di mafiosi travestiti da poliziotti e strangolato e ucciso dopo 779 giorni di prigionia per punire il padre, Santino, dalla "colpa" di aver scelto di collaborare con la giustizia.

"Ciao", dice Graviano a Spatuzza, quando il presidente gli dà la parola. "Mi dia del lei", risponde il pentito. Un botta e risposta che trasforma presto un confronto 'tecnico', sollecitato dal boss per chiarire alcuni punti che non lo convincevano della deposizione del suo grande accusatore, in un scontro tra due mondi. Quello mafioso e quello di chi cerca il riscatto. "Siamo alla vigilia della Quaresima - grida Spatuzza all'amico di un tempo - dai un bel segno, pentiti!" "Io non ho mai ostacolato la tua scelta - replica il capomafia - io non ho fatto mai male a nessuno né moralmente, né fisicamente". Un'autodifesa paradossale quella del boss di Brancaccio, già condannato per decine di delitti, a cui Spatuzza risponde con l'elenco delle "cose mostruose" fatte da Graviano. Alcuni di quegli orrori il pentito li ha scritti in un pezzo di carta e portano il nome e il cognome di dieci familiari di due collaboratori di giustizi storici, Totuccio Contorno e Marino Mannoia, ammazzati su ordine del padrino. "Ti dico questi - grida Spatuzza - perché a ucciderli sono stato pure io". Graviano risponde sostenendo che il pentito ha motivi di rancore nei suoi confronti. Che gli deve dei soldi.

Per Spatuzza, che un tempo gli rendeva onore chiamandolo 'madre natura', "sono solo fesserie". "Potevi riscattarti oggi, nel giorno in cui si parla della tragedia di un bambino, - gli dice - e invece difendi l'indifendibile. Mettiti una mano sul petto". I toni sono tesissimi. Graviano, che dalla gabbia ostentava freddezza e impartiva continuamente ordini al suo avvocato, dal banco degli imputati ascolta senza fiatare, ma è in difficoltà. Replica ricordando al pentito storie lontane del mondo di Cosa nostra che solo Spatuzza può capire. Ma incassa il colpo quando "Asparino" racconta un episodio inedito che ha come protagonista un altro bambino, vittima innocente della mafia. "Te lo ricordi quando ci facesti ammazzare il figlio di quella ragazza messa incinta da un uomo d'onore?", chiede Spatuzza al boss. "Le procurammo un aborto - dice - E il bimbo non nacque mai". "Io - dice - nella mia mente l'ho chiamato Tobia. Per avere un punto di riferimento". Un nome da ricordare nel tentativo di fare i conti con un passato di orrori. "Io non scappo - dice Spatuzza - Mi faccio il 41 bis che ci siamo costruiti noi e che ora ci dobbiamo piangere". Inutile dire che il confronto, nato per sciogliere le contraddizioni sulle versioni dei due imputati, non ha raggiunto lo scopo. Le distanze non si sono colmate, diversamente da quanto avvenuto nel faccia a faccia tra Spatuzza e il pentito Salvatore Grigoli che oggi, in aula, hanno ricomposto le divergenze nei ricordi di alcuni dettagli del rapimento del bambino. Resta poco comprensibile capire, però, perché Graviano abbia voluto "sfidare" pubblicamente il suo ex braccio destro. Una mossa da interpretare che toglie, a chi ne abbia avuti, dubbi sulla disponibilità del boss a prendere le distanze da Cosa nostra.